27.7.09

12 mesi di fiori e favole


Gennaio: IL CROCUS
Febbraio: LA PRIMULA
Marzo: il NARCISO
APRILE : LA VIOLA MAMMOLA
Maggio: IL TULIPANO
Giugno: IL PAPAVERO
Luglio: IL FIORDALISO
Agosto: IL GIRASOLE
Settembre: LA STELLA ALPINA
Ottobre: IL VIBURNO
Novembre: IL CRISANTEMO
Dicembre: L'ELLEBORO




12 mesi di fiori e favole


Gennaio: IL CROCUS

Secondo la tradizione popolare ladina, il croco è un fiore di origine divina che vuole ricordare la generosità di un nobile principe.
Mandato dal padre a conoscere la futura sposa, il principe Labino partì con un gran seguito e un ricco tesoro da portare in dono. Strada facendo, però, distribuì tutti i suoi averi ai bisognosi che incontrò, tanto che rimase senza nulla. Allora il suo seguito lo abbandonò e Labino continuò il viaggio da solo, avvolto in un mantello di seta viola foderato di raso bianco. Era la sua ultima ricchezza, ma non esitò a privarsene, quando trovò sulla via un vecchio infreddolito. Ormai Labino era talmente povero che rinunciò a presentarsi alla promessa sposa. E restò sui monti, ad aiutare un pastore. In inverno il principe si ammalò. Sentendo vicina la fine, chiamò il pastore. Gli chiese di poter dormire per l'eternità in un prato ai margini del bosco e di fare avere al re, suo padre, i fiori che sarebbero sbocciati sulla sua sepoltura. Il pastore poté rispettare solo la prima delle volontà di Labino, perché la neve era ancora alta e nessun fiore riusciva a sbocciare. Una notte, all'uomo apparve in sogno il Signore che gli disse di andare alla tomba, il mattino dopo. E l'indomani, fu grande la meraviglia del pastore nel trovarla coperta da un mantello di teneri fiori violetti che sbucavano dalla neve scintillante.
Un dono di Dio affinché lui potesse esaudire l'ultimo desiderio di Labino.


Febbraio: LA PRIMULA

Un'antica fiaba Boèma racconta che in un'estate lontana e molto afosa, un re insofferente per il gran caldo maledì la stagione, invocando il gelo.
Subito fu accontentato e la Regina dell'Inverno arrivò su una carrozza di ghiaccio, per avvolgere il regno in un freddo pungente. Trascorsero i mesi e, notando che il gelo non accennava ad andarsene, il re cominciò a preoccuparsi, perché i suoi sudditi erano sempre più infelici. Anche sua figlia, la principessa Valentina, si era intristita e trascorreva il tempo davanti al camino, in attesa di una primavera che non arrivava mai. Un giorno, proprio dalle fiamme che Valentina stava osservando, prese forma una fanciulla incoronata di fiori, con in mano una piccola pianta. La visione disse alla principessa di essere la Primavera e le spiegò che per rompere l'incantesimo del freddo perenne, occorreva un altro incantesimo, quello del richiamo. Quindi le consegnò la pianticella verde e le disse di interrala in giardino. La principessa tentò subito di farlo, ma la terra gelata era dura come sasso e le sue mani si ferirono, fino a farla piangere per il dolore. Le lacrime calde caddero nel terreno, che si ammorbidì e lei poté finalmente interrare la piantina. Subito i boccioli si dischiusero in tanti fiorellini gialli come il sole. E, richiamata da quel cespo fiorito, tornò la Primavera. La gente, felice, riprese ad uscire e quando vide il nuovo fiore che aveva avuto la forza di vincere il freddo, lo chiamò primula, ossia primo fiore.


Marzo: il NARCISO

La storia del narciso trae l'origine dal mito greco di Narciso, il bellissimo figlio di una ninfa e di un fiume. Di lui erano innamorate tutte le ninfe del bosco e più di ogni altra Eco, che un giorno riuscì finalmente a dichiarargli tutto il suo amore. Lui, però, non provò che noia per i sentimenti della ninfa e si allontanò da lei, lasciandola umiliata e addolorata.
Eco, allora, supplicò il cielo di fare giustizia e di condannare Narciso ad amare qualcuno che non avrebbe avuto mai. Gli dei vollero accontentarla e, quando il giovane si avvicinò a una fonte per dissetarsi, lo fecero innamorare dell'immagine che vide riflessa nell'acqua, cioè di se stesso.
Qualcuno dice che, spinto dal desiderio di toccare quell'immagine, Narciso scivolò in acqua e annegò; altri sostengono che rimase a così lungo a rimirarsi su quella riva che vi morì. Ma tutti sono d'accordo su ciò che successe dopo. Là dove lui lasciò la vita, nacque un bellissimo fiore la cui corolla ripiegata sullo stelo sembrava rispecchiarsi nell'acqua.
Quel fiore divenne il simbolo della vanità e fu chiamato narciso.


APRILE : LA VIOLA MAMMOLA

La mitologia greca narra che fu Zeuss, il re degli dei, a far spuntare le prime viole. Ma per spiegarne il motivo, occorre raccontare di quando il dio si innamorò della bellissima IO, ninfa fluviale e sacerdotessa della sua sposa, Hera. Per sedurre la fanciulla, Zeuss mandò sulla terra una fitta nebbia entro cui Io smarrì la strada di casa. In quella nebbia lui comparve e l'amò, certo che nessuno potesse vederlo. Ma Hera, insospettita per le continue infedeltà di Zeuss. scese dall'Olimpo ordinando alla nebbia di dissolversi.
Al re degli dei rimase giusto il tempo di trasformare Io in giovenca, prima che la moglie lo trovasse. Hera non si lasciò ingannare dalla sua aria innocente e chiese ed ottenne di avere in dono la giovenca. Temendo poi che il marito se la riprendesse, affidò l'animale alla custodia di Argo, il gigante dai cento occhi. Chiusa nel corpo della giovenca, Io soffriva e faticava anche a nutrirsi, poiché l'erba dei prati era ispida e dura. Zeuss, allora per timore che la bella da lui amata morisse, fece spuntare tra l'erba piccoli fiori dolci e profumati dal colore violetto come gli occhi di lei.
E anche dopo che Zeuss ebbe restituito ad Io le sue sembianze, quei fiori, che i greci chiamano ION, fiori di IO, continuarono a fiorire tra l'erba ad ogni primavera.


Maggio: IL TULIPANO

Una leggenda orientale attribuisce l'origine del tulipano a una toccante storia d'amore. In un villaggio della Persia viveva un artigiano di tappeti che aveva una figlia di nome Ferhad. I tappeti dell'uomo erano così belli che molti mercanti venivano dalla capitale, Isfahan, per comprarli. Mentre erano al villaggio, i mercanti decantavano le magnificenze della città e Shirin, il giovane apprendista promesso sposo di Ferhad, ascoltava con attenzione. Shirin era molto ambizioso e quando venne a sapere che nella capitale cercavano artigiani, decise di partire, promettendo a Ferhad di tornare presto per farla sua sposa. Passò molto tempo e poiché Shirin non tornava, Ferhad sellò un cavallo e partì per andarlo a cercare. Viaggiò a lungo e quando vide la città all'orizzonte era così stremata che cadde da cavallo, slogandosi una caviglia. L'animale fuggì e Ferhad fu costretta a proseguire trascinandosi a carponi. Le pietre aguzze, tuttavia, le provocarono ferite mortali e lei non arrivò mai a Isfahan. Ma la terra, che bevve il suo sangue, generò grandi fiori rossi, a testimonianza del suo amore: i tulipani.


Giugno : IL PAPAVERO

Una leggenda che prende spunto dalla mitologia, collega l'origine del papavero alla vicenda di Proserpina, la bellissima figlia di Giove e della dea della Terra, che un giorno di giugno, mentre coglieva fiori in un prato di Sicilia, fu rapita da Plutone, dio degli inferi, che volle farla sua sposa.
Quando la madre di Proserpina, Demetra, venne a sapere che la figlia avrebbe trascorso il resto dell'esistenza nel mondo sotterraneo su cui regnava Plutone, si disperò e corse a chiedere a Giove di intervenire.
Giove, tuttavia, non fece nulla. Anzi, tentò di convincere Demetra della felice sorte che aveva avuto la loro figlia, divenuta regina. Ma Demetra non si lasciò lusingare e, presa dal suo dolore, cessò di occuparsi della Terra, tanto che presto ogni cosa avvizzì. Giove, allora, cominciò a temere per la vita delle creature e pregò Demetra di tornare a compiere il suo dovere. In cambio avrebbe convinto Plutone a lasciare tornare sulla terra Proserpina per almeno sei mesi ogni anno. Così fu e quando a primavera Proserpina tornò alla luce del sole, i prati si coprirono di erbe e fiori e tra le spighe di grano sbocciarono i papaveri, il cui caldo colore doveva ricordare a Proserpina la passione dello sposo che l'aspettava.


Luglio : IL FIORDALISO

In Alto Adige si racconta di una principessa molto buona e bella, con grandi occhi del colore del cielo, che si chiamava Drusilla e viveva serena in un castello. Un giorno, un cavaliere si smarrì nei boschi e chiese ospitalità alla principessa che nel vederlo se ne innamorò. Il suo amore fu subito ricambiato e presto il cavaliere la chiese in moglie. Per qualche tempo i due sposi vissero felici, ma con l'arrivo dell'inverno, il cavaliere si fece triste ed irrequieto. Stare sempre rinchiuso nel castello lo annoiava, perciò decise di partire, promettendo a Drusilla di ritornare nella bella stagione. Lei, che desiderava vederlo felice, lo lasciò andare e, allo sbocciare della primavera, cominciò ad aspettarlo. Ma arrivò anche l'estate e lui non tornò. La delusione fu così grande che Drusilla si ammalò e disse alle fide ancelle che avrebbe voluto morire per porre fine al suo dolore, ma anche vivere per vedere tornare il suo amore. Le ancelle piansero, dicendo che se lei fosse morta, sarebbero morte anche loro. Quei discorsi furono ascoltati dalla Fata dei Fiori che, mossa a pietà per tanta devozione, sia da parte della sposa per il marito, sia da parte delle ancelle per la principessa, fece morire ed insieme vivere Drusilla e le sue ancelle. Trasformò le ancelle in fiori di cicoria, azzurri come i loro occhi, e la principessa in Fiordaliso che da allora, ad ogni bella stagione, sbocciano insieme sul ciglio delle strade o nei campi, sempre sperando di veder comparire il lontananza il cavaliere.


Agosto : IL GIRASOLE

Una leggenda racconta di un ragazzo di nome Giovanni che aveva lasciato la sua casa per compiere un'impresa da vero uomo ed era riuscito nell'intento salvando il sole da un drago che voleva oscurarlo.
Durante l'assenza, però, una strega aveva sorpreso la sua fidanzata, Caterina, a girare intorno alla casa vuota e l'aveva trasformata in uno steccato, dicendole che sarebbe tornata fanciulla solo se avesse avuto vicino il sole di notte. Quando Giovanni arrivò a casa, trovò la sua abitazione recintata.
Sconcertato, si sedette in giardino e intanto scese la notte.
Nel silenzio, sentì la voce di Caterina, imprigionata nello steccato, che gli raccontò l'accaduto. Giovanni allora chiese aiuto al Vento del Sud che volò a casa del sole e si fece dare uno dei suoi raggi. Poi lo lasciò cadere a terra chiuso in un seme e gli uccelli lo portarono allo steccato, dove Giovanni lo piantò e innaffiò di lacrime. Subito spuntò un fiore grande e giallo. Sotto quel sole notturno, l'incantesimo si ruppe e Caterina potè riabbracciare il fidanzato. Nei giorni seguenti, i due innamorati notarono che il nuovo fiore seguiva il percorso del sole. E lo chiamarono Girasole.


Settembre: LA STELLA ALPINA

Narra una leggenda ladina che in un paesino ai piedi di un monte viveva un giovane mugnaio, CEPIN, innamorato della bella e superba figlia del borgomastro. Quando CEPIN si dichiarò, lei, che non lo riteneva alla sua altezza, lo sfidò a portarle l'acqua della vita. Era un'impresa impossibile perché quell'acqua sgorgava da una fonte sulla cima della montagna ed era protetta da nani malvagi. Ma CEPIN non si spaventò, prese una borraccia e scalò il monte. Arrivato in cima, vide la sospirata fonte e si avvicinò per riempire la borraccia, ma la superficie dell'acqua era liscia e dura come il vetro. Disperato, CEPIN disse che quell'acqua non era di vita, ma di morte, perché lui sarebbe morto, senza la fanciulla che amava.
Come per magia l'involucro duro si dissolse facendo apparire una distesa di fiori bianchi e vellutati a forma di stella. CEPIN ne colse un mazzolino e fece per andarsene, ma i nani lo catturarono e lo scagliarono giù dalla montagna. Mentre precipitava, le stelle gli sfuggirono di mano e si persero fra le rocce, dove da allora fioriscono ogni estate. Uno di quei fiori, però, si fermò sul cuore di CEPIN, salvandogli la vita. Dopo la brutta caduta, CEPIN capì che non valeva la pena di rischiare la vita per una donna capricciosa, così sposò una brava ragazza modesta e gentile.
E non se ne pentì mai.


Ottobre: IL VIBURNO

Una fiaba boèma racconta di un giovane di nome Lucindo che si mise in testa di diventare re e per questo lasciò la famiglia per seguire un mercante ebreo. In un paese deserto nel quale capitò per caso con il compagno, Lucindo fu messo alla prova dagli spiriti dei defunti. Lui fu generoso e caritatevole e diede sepoltura ai corpi delle anime tormentate.
Allora, sulla tomba ancora fresca, crebbe un cespuglio dai fiori bianchi e un pettirosso fatato disse a Lucindo che quei fiori di Viburno l'avrebbero reso invincibile. Il giovane ne colse qualcuno e proseguì il cammino, finche non giunse in un regno che aveva perduto da poco il re ed era governato da dodici savi. Su quel Paese gravava però la minaccia di un terribile drago con dieci teste, al quale ogni anno andavano sacrificati dieci giovinetti. Lucindo si offrì di andare ad affrontare il drago e, fiducioso nella sua invulnerabilità, per dieci volte decapitò la mostruosa creatura con il solo aiuto di un semplice bastone. Il popolo lo acclamò con tutti gli onori e lo fece re. L'amico ebreo rimase al fianco di Lucindo come consigliere. E ogni decisione importante venne sempre presa dai due passeggiando in giardino: una rigogliosa macchia di viburni che in primavera fioriva di nuvole bianche e in autunno si copriva di bacche vermiglie.


Novembre: IL CRISANTEMO

Una leggenda giapponese vuole che un tempo vivessero in un villaggio una graziosa fanciulla di nome Masako con i suoi genitori. Purtroppo i giorni della serenità cessarono di colpo, quando il padre della ragazza dovette partire per la guerra. Per qualche tempo madre e figlia si rassegnarono all'attesa. Ma quando fu certo che il padre di Masako non sarebbe più tornato, la madre si ammalò così gravemente di malinconia che Masako cominciò a temere di perdere anche lei. Disperata, si rivolse alla Dea del Sole per sapere quale rimedio avrebbe fatto guarire la madre. Ma la Dea scosse il capo. Le disse di tornare a casa, di scegliere un fiore del suo giardino e di contarne i petali. I giorni di vita della sua mamma sarebbero stati tanti quanti i petali del fiore. Purtroppo Masako non trovò che fiori con più di sette petali e la sua tristezza divenne grande. Poi però ebbe un'idea luminosa: tagliò ogni petalo del fiore prescelto in innumerevoli striscioline che corrispondevano ad altrettanti giorni. Fu così che nacque il crisantemo, un fiore generato dalla forza dell'amore di una fanciulla per la sua mamma.


Dicembre: L'ELLEBORO

Stando alla leggenda, il bel fiore dalla corolla candida e dal cuore d'oro, sbocciò per la prima volta nei giorni del Natale ad opera di un angelo.
Per questo è anche chiamato ROSA DI NATALE.
Davanti alla grotta del Bambinello sfilavano in quei giorni le genti ogni Paese. Poveri e ricchi, grandi e piccini, vecchi e giovani, giungevano da ogni dove per venire ad adorare il Redentore e ciascuno aveva un regalo da deporre ai suoi piedi, in cambio del grande dono che Lui aveva fatto all'umanità venendo al mondo. Ma nei pressi della grotta che accoglieva Gesù Bambino c'era una povera bambina infelice che avrebbe tanto desiderato farsi avanti con gli altri per vedere il neonato, ma che non osava farlo perché non aveva nulla da portare in dono. Così, nell'ombra, la piccina se ne stava a guardare e piangeva sommessamente.
Un angelo la vide e le si avvicinò chiedendole perché mai piangesse in mezzo a tanta felicità e la piccola gli mostrò le manine vuote, spiegando il motivo della sua tristezza. L'angelo allora sorrise e raccolse nella coppa della mano qualche lacrima della piccina. Poi si chinò e lasciò scivolare a terra quel pianto. Sotto lo sguardo stupito della bimba crebbe un folto cespuglio di foglie in mezzo al quale si aprirono le bianche rose di Natale.
L'angelo ne fece un mazzo, lo annodò coi fili d'oro dei suoi capelli e lo pose tra le braccia della bambina che, tornando a sorridere, lo portò a Gesù.

Un libro - Abecederbario





Abecederbario

di Donatella Neri
Illustratore: Marisa Moretti


Donatella Neri, toscana d’origine, cresciuta tra Udine e Padova e con una lunga presenza nelle scuole salentine come insegnante, ci offre questa interessante sequela di leggende e connotazioni botaniche su erbe e fiori che sovente abbiamo notato attorno a noi, ma dei quali poco o nulla sappiamo. Le illustrazioni di Marisa Moretti, nota disegnatrice friulana, aggiungono un gradevolissimo tocco di magica atmosfera a questa pubblicazione che l’editore Lupo inserisce nella sua ormai proverbiale produzione di editoria per bambini e ragazzi.


La società fra i due sensibili animi femminili trova ottima sintesi e buon accordo. La prosa semplice ma ricca di introspezione della Neri ben si sposa, infatti, con le immagini molto curate e piene di movimento che ci propone la Moretti.

Con una formula semplice ed efficace, mescolando armonicamente figure e narrazione, ecco questo singolare ''Abecederbario'', sintesi grammaticale di erbario in ordine alfabetico, ma anche di Sillabario delle erbe.

Fiori e leggende



FIORI E LEGGENDE

La rosa era anticamente consacrata alla dea Venere e tra le molte leggende che la riguardano la più nota è legata alla nascita di Afrodite, nuda, dalla schiuma del mare: pare che accanto le spuntasse un ceppo che il nettare degli dei fece fiorire in tante rose bianche.Una spina, conficcatasi nel tallone di Afrodite, fece uscire una goccia di sangue che tinse le rose di rosso.

La mitologia narra invece che il colore rosso delle rose derivi dal sangue di Adone ucciso da un cinghiale per volere di Marte, geloso della sua relazione con Venere.

Un mito greco racconta invece della dea Cloris che inciampando in una bellissima ninfa morta la trasformò in fiore: Afrodite aggiunse la bellezza, le tre Grazie la gioia e la seduzione, Dionisio il profumo delicato, lasciando a Zefiro il compito di allontanare con il soffio le nuvole in modo che Apollo potesse inondarlo di sole. Fu poi donato a Eros, dio dell'amore, che nominò la rosa "regina dei fiori".


Nella tradizione cristiana le rose sono dedicate alla Madonna.
Si racconta che cespugli spinosi di rose abbiano difeso Maria e Giuseppe nella fuga verso Betlemme, che rose spuntassero sul sepolcro e che fosse il sangue di Cristo a tingerle di rosso.
Accanto alla leggenda delle rose rosse del sangue di Cristo si sviluppa la versione che riscopre la rosa bianca lavata dalle lacrime della Madonna.
Nel Medioevo si moltiplicano i miracoli della Madonna legati alla rosa. Il termine Rosario, infatti,si unisce appunto alla visione delle rose, e al culto della Vergine.

Il mirto era caro ai greci, perché infondeva coraggio e potenza.
Ad Atene spettava ai poeti.
Era dedicato a Venere, dea della bellezza.

Si racconta che Afrodite, uscita nuda dalle acque, si rifugiasse per difendersi dalla concupiscenza dei fauni in un bosco di mirti, che le fu in seguito dedicato.

In Inghilterra, nei bouquet delle spose si unisce ai fiori tradizionali un rametto di mirto: per augurare protezione reciproca e amore completo.

La viola del pensiero cresceva in un grande prato verde. Nascosta ma profumatissima richiamava molti passanti che volevano godere del suo straordinario profumo. Temendo che l'erba così malamente calpestata si sciupasse e non desse più cibo e riparo ad altri animali, la viola rivolse al cielo una preghiera: che la gente non si occupasse più di lei e del suo profumo.
Il cielo ascoltò la preghiera: le tolse il profumo ma accrebbe la sua bellezza.

Il giglio deriva il suo nome dal celtico "li" che significa bianco.
I greci pensavano che, per la bellezza della forma e l'eleganza della struttura, fosse nato dagli dei.
Si narrava che Giunone, moglie di Giove, mentre allattava il figlio Ercole perdesse due gocce di latte: una si trasformò nella via Lattea, l'altra nel giglio.
Fu ancora l'intervento di Venere, con stami dorati, a mitigare il bianco eccessivo di questo elegantissimo fiore.

Il giacinto è legato alla mitologia greca.
Narra una leggenda che Zefiro e Apollo amassero entrambi Giacinto, un fanciullo di straordinaria bellezza.
In un impeto di gelosia, Zefiro tirò alla tempia del ragazzo un disco di bronzo. uccidendolo; Apollo. non potendo resuscitarlo, lo trasformò in fiore, dandogli il colore del suo sangue.
Il giacinto è spesso legato all'idea di gioco, divertimento, sport.

La margherita conserva ancora facoltà profetiche: gli innamorati calcolano sul numero dei petali del fiore le probabilità del loro amore.
Il nome inglese "Daisy' deriva dall'espressione: day's eye,, occhio del giorno.
Il suo nome scientifico, "bellis", deriva da una leggenda che racconta come Bellis, figlia del dio Belus, per sfuggire alle attenzioni dei dio della primavera, si trasformò in fiore.Un fiore che apre gli occhi di giorno e lì chiude di notte, appunto.

Il garofano è legato alla dea della caccia, Diana.
Amata da un giovane pastore. La dea prima lo seduce e poi lo abbandona alla disperazione.
Dalle sue lacrime nacquero fiori bellissimi, i garofani dall'aroma speziato e sensuale.
Anche la tradizione cristiana lega alle lacrime di Maria, ai piedi della Croce, la nascita dei garofani rossi.

La ninfea è legata a una leggenda molto poetica.
Di una ninfa bellissima si innamora il re Raggio di Sole; ma la fanciulla, vergognandosi del suo abito modesto di fronte a tanta luce, corre verso il lago in cerca di tesori da offrire, scende tra il fango e risale protendendo le mani colme d'oro.
Tuttavia il peso di quell'oro le impedisce di risalire alla superficie. Morirà sprofondata nel fango del lago e di lei rimarranno soltanto e per sempre quelle due mani bianche colme d'oro.
Di giorno aperte, per offrire a Raggio di Sole i tesori di quel dono e chiuse di notte per proteggerlo.

Il narciso e legato alla leggenda del splendido pastore Narciso, figlio di Cefiso dio dei fiumi.
Eccessivamente preso dalla propria avvenenza, Narciso non si cura dei turbamenti che agitano le ninfe e le giovani fanciulle: soprattutto non si cura di Eco, che lo adora disperatamente.
La dea Nemesi per vendicare Eco, ridotta allo stremo dalla passione non condivisa, conduce Narciso in riva a un fiume le cui acque gli rimandano come uno specchio l'immagine di se stesso.
Vinto dall'ammirazione per la sua bellezza riflessa, Narciso si sporge per toccare quell'immagine dalla quale non riesce a separarsi. Nel tentativo, annega e muore.
Il corpo di Narciso si dissolve e al suo posto nasce un fiore che porta il suo nome. Significa infatti, egoismo, autocompiacimento, incapacità di amare.

C'era una volta


C'ERA UNA VOLTA...

C'è una favola meravigliosa che narra di una povera orfanella che non aveva né famiglia né qualcuno che le volesse bene.
Un giorno, sentendosi particolarmente triste e sola, si mise a camminare per i boschi e vide una bellissima farfalla imprigionata in un rovo.
Più la farfalla si dibatteva per conquistare la libertà e più le spine si conficcavano nel suo fragile corpo.
La giovane orfanella con delicatezza riuscì a liberarla.
Invece di volare via, la farfalla si tramutò in una bellissima fata. La ragazzina si sfregò gli occhi perchè pensava di aver avuto una allucinazione.
"Per ricompensarti della tua straordinaria bontà", disse la fatina buona, "esaudirò qualunque tuo desiderio".
La ragazzina si fermò un attimo a riflettere, poi disse: "Voglio essere felice!".
La fata rispose: "Molto bene". Si chinò su di lei e le sussurrò qualcosa in un orecchio. Poi svanì.
La ragazzina, divenuta ormai grande, appariva felice come nessun altro sulla terra. Tutti le chiedevano il segreto della sua felicità.
Ma lei si limitava a sorridere e rispondeva: "il segreto della mia felicità consiste nell'aver dato ascolto ad una fatina buona quando ero piccola".
Poi divenne vecchia e quando fu in punto di morte i vicini le si fecero attorno, temendo che il segreto della felicità svanisse con lei.
"Per piacere", la pregarono, "rivelaci ciò che ti ha detto la fatina buona".
La cortese vecchietta sorrise ed esclamò:
"Mi disse che tutti, per quanto sicuri di sé, e non importa se giovani o vecchi, ricchi o poveri, hanno bisogno di me".

Il Principe delle rose


Il Principe delle rose


Tantissimi anni fa , alle pendici dei monti Pirenei si estendeva il Paese di Mira Mirò,
veramente era poco più di un piccolo fazzoletto di terra circondanto da grandi alberi perennemente fioriti,si perchè cari bambini dovete sapere che in questo angolo di Paradiso non esisteva l'inverno
e gli abitanti cosi potevano gustare la soave tenerezza dell'aria profumata di rose e di lavanda tutto l'anno.La natura rigogliosa col suo linguaggio ricco di suoni,aromi e colori faceva si che in questo luogo incantanto,la vita trascorresse con semplicità, nel rispetto dei veri valori di amicizia e amore verso il prossimo per cui ogni singolo componente si sentiva qui particolarmente sereno e nessun pensiero triste faceva capolino nelle menti poichè tutto era bello e pieno di magia. Uno scintillante ruscello divideva le abitatzioni dal castello reale ove risiedevano il Re Ezhel e la Regina Mohar con le due figlie Azul ed Elisee ...Ai margini del maniero si poteva ammirare anche un delizioso bosco dove abitavano sotto agli ombrelli dei funghi gnomi e folletti e inoltrandosi ancora piu' avanti tra il fitto fogliame di sempreverdi era situata la grotta del Grande Drago guardiano del tesoro dell'eterna felicità, riposto sotto la quercia che separava l'antro dal palazzo delle fate circondato da siepi ricolme di rose di ogni forma e qualità...

Ogni anno in occasione dell'inizio della primavera si teneva una gran festa per celebrare il sole e la fertilità della valle,tutto il popolo allora si radunava nei giardini della reggia danzando e snocciolando i sacri riti propiziatori affinchè al regno venisse concesso un erede maschio, questo onde assicurare pace e stabilità con i paesi limitrofi,la dolce regina donna pia e costumata col passar del tempo diventava infatti sempre piu' malinconica e ormai disperava d'assicurare la tanto agognata discendenza al marito ma quell'anno alla vigilia dell'avvenimento, avverti quasi un presentimento che forse il suo desiderio si sarebbe avverato , cosi lieta partecipò alla generale euforia impegnando le ore antecedenti la festività con la composizione di ghirlande per la maggior parte costituite da leggiadre corolle di rose ...
Finalmente giunse il giorno tanto atteso, naturalmente erano presenti anche le Fate molto amate dalla popolazione locale per via della loro bontà ...

E mentre la sovrana recitava la preghiera allo Spirito creatore di tutte le cose, predissero a ella che presto avrebbe generato il terzo figlio poi facendo tintinnare i loro campanellini eseguirono l'incantesimo necessario a realizzare l'evento...
Mohar con un sussurro imbarazzato le ringraziò, rinnovando loro l'invito a rincontrarsi in occasione della nascita del figlio ...Poco tempo dopo difatti scopri di essere incinta e con gran gioia annunciò allo sposo la bella notizia.Dopo qualche mese durante una notte ove l'alito del vento sibilando faceva stormire le foglie sui rami e il luccicchio delle stelle era nascosto alla vista d'ognuno a causa della presenza di grossi banchi di nuvole che rendevano l'armosfera del posto inquietante e misteriosa venne al mondo il tanto sospirato figlio maschio a cui fu posto il nome di Jahir ...Bisogna sapere che a quell'epoca una nascita reale rappresetava il plus ultra delle scarse putroppo occasioni mondane,dunque fu accolta nel paese e interpretata come una benedizione divina ...

Si riaprirono per ciò le porte del castello a ogni abitante della valle compresi gli gnomi ,l'elfi e le fate
Ognuno portava con sè un dono pure i poveri non si erano presentati a mani vuote
Le fate e gli spiriti del bosco s'inchinarono per ultimi innanzi alla culla del neonato, la fata dei fiori fece dono della Bellezza, quella delle acque della perpetua giovinezza infine la fata del cielo stava per porgere il suo presente quando la strega del vicino villaggio fece non invitata da alcuno il suo ingresso e minacciosa si rivolse con voce stridula all'infante ...

"Crescerai bello, sano e forte, benvoluto e ammirato da tutti fino alla data del tuo quindicesimo compleanno per nessun motivo potrai cogliere le rose che circondano la caverna del Dragone, se non ubbidirai morirai e niente potrà salvarti ..."

Detto fatto svani avvolta da una nuvola di fumo nerastro...La fata del cielo per attenuare il maleficio fece dono al fanciullo dell'immortalità non poteva annullare del tutto la potenza del sortilegio ma almeno ridurne i malefici effetti...Sgomenta tutta la corte cercava di confortare i sovrani il quale attoniti fissavano ancora il punto in cui la malvafia stega era sparita...
Passarono gli anni e il principe come predetto crebbe bello, saggio e buono, amava molto gli animali e si dedicava con impegno alla coltivazione di piante officinali da cui ricavava unguenti e tisane per curare la sua gente ... Il re aveva dato ordine di recidere tutte le rose coltivate nei viali e nei giardini del Regno, cercando in tal maniera di salvare il figlio dal malefico incantesimo gettato dalla strega. Venne purtroppo il giorno del suo quindicesimo genetliaco e stranamente quella mattina il ragazzo si sentiva triste non c'era un motivo plausibile a questo stato d'animo quando si ritrovò a imboccare il sentiero per il bosco e a un certo punto osservando i vividi riflessi dell'aurora ricamare archi di luce tra i rami degli amberi secolari si senti afferrare da un un spiegabile sensazione di smarrimento, era come se improvisamente avesse perso la cognizione del tempo e dello spazio e ogni cosa stava li inerte,compresa la soffice brezza che solitamente disegnava leggere onde tutti'intorno...

Nel frattempo, giunto alle soglie della caverna rimase estasiato alla vista delle splendide rose dalle intense tonalità e fragranze che rigogliose crescevano nelle vicinanze
"Oh quanta bellezza , esclamò stupefatto ! Chissà forse potrei coglierne qualcuna e portarla con me
di certo la mia augusta madre e le mie dolci sorelle ne sarebbero felici "
e prontamente s'apprestò a metter in atto il suo proposito..
Ma non appena la sua mano venne a contatto con i petali del fiore , egli cadde al suolo e in apparenza morto,però visto che gli era stato concesso il dono dell'immortalità era soltanto sprofondato in un lungo sonno...

Frattanto a corte il Re e la Regina accortisi della scomparsa del figliuolo avevano allertato le guardie per andarlo a cercare ...Dopo molte ore fu ritrovato esanime con la rosa ancora stretta nel palmo
Fu interrogato l'oracolo delle rocce e dei silenti muschi,in modo da trovare un antidoto al sortilegio
e il vecchio saggio attingendo a tutti i suoi poteri cosi profetizzò:"Dovete entrare nella caverna del Grande Dragone e rapire una scaglia della sua corteccia, infine sfregarla sulle dita offese
in tal maniera vostro figlio si desterà non ricordando più nulla di quanto oggi accaduto e sarà immune all'incantensimo a lui rivolto...

Ezhel udito il responso senza esitazione si apprestò a varcare l'ingresso della spelonca , fortunatamente il Dragone dormiva, lesto sfilato lo stiletto che portava infisso nella cintura velocemente tagliò la preziosa scaglia e in gran fretta usci dal buio anfratto...Per fortuna il Grande Drago non si era destato altrimenti si che sarebbero stati guai seri e raggiunto il luogo in cui il principe giaceva addormentato,vigorosamente passò la scaglia sui suoi polpastrelli -aprendo gli occhi il giovine si meravigliò di tutta quella moltitudine radunata li...

Naturalmente non ricordava nulla di quanto successo e abbracciando i genitori si accorse di tenere ben salda dentro al pugno, una meravigliosa rosa corallina con tono solenne rivolgendosi alla Regina,disse:
"Madre ho colto questo fiore a me sconosciuto per fartene omaggio in questo posto ce ne sono tantissimi
desideravo prenderene qualcuno per piantarlo nei giardini reali affinchè tutti possano ammirarne labellezza e avvertirne l'aroma ...

La Regina commossa rispose :
"Prendine pure quante ne desideri Figlio mio e sia premiato il tuo buon cuore poichè hai sempre
un pensiero gentile per tutti e le tue azioni sono rivolte al bene del nostro popolo coltiverai tu stesso queste soavi corolle ...

Da oggi sarai conosciuto come Il Principe delle rose il quale saranno l'emblema del nostro regno ogni Primavera al loro sbocciare, ricorderemo questo giorno lieto e in compagnia dello sposo e dei figli lentamente s'avviò in direzione del maniero spargendo petali di rosa per i dintorni - felice....

Cuore di vetro

Cuore di vetro

Soffiava forte quella sera il Khamsin, rendendo l'ora crepuscolare in cui già le prime ombre cominciavano a fiorire aprendosi come un enorme fiore color violetto all'orizzonte particolarmente fresca nella zona desertica dell'egitto occidentale situata in prossimità del delta del Nilo dove si stava procedendo alla costruzione della piramide in onore del grande faraone ...Khashin uno degli schiavi impiegati nei lavori più faticosi necessari all'edificazione del monumento,se ne stava seduto su una pietra godendosi il colore del cielo appena un pò appannato dalla nebbia serale. Era in uno dei suoi rarissimi momenti di pausa e lo impiegava per recuperare le forze e ritemprare lo spirito meditando.

Ecco in quell'istante particolarmente sereno gli sembrava quasi di trovarsi immerso dentro a un altro tempo e dimensione, quasi non fosse in quel dato luogo ma tutto scaturisse frutto della sua fervida fantasia.

Cosi guardando lo spumeggiante scenario che lo circondava si sentiva lieto nonostante le numerose difficotà della sua esistenza, presto sarebbe tornato alla sua capanna li lo attendeva l'amatissima sposa e i sette figli e pregustando già l'attimo dolce del ritorno sorrideva tra sè mentre ascoltava il respiro del vento sussurrare antiche leggende sollevando col suo ritmico alitare,polveri nell'aria.
Fu proprio durante questo sprazzo di tempo che la sua attenzione fu attirata da una scatola dalla tinta leggermente sbiadita recante sul coperchio la seguente dicitura; "Non violare il segreto della vita e della morte" ovviamente rimase perplesso e in forse se aprirla o meno,però alfine la sua curiosità ebbe il sopravvento e senza indugio sollevò il coperchio dello strano scrigno...
Simultanemente dal fondo emerse un immenso vapore e ogni cosa intorno fu oscurata, rendendo quasi irreale quel luogo fino a un attimo prima sereno..Khashin poteva adesso sentire il battito del suo cuore galoppare all'impazzata, mentre un lungo brivido si diramava gelido lungo le fibre del suo corpo attanagliato dal terrore...Non era più in grado nemmeno di pensare;quando la strana e informe creatura con voce gracchiante in tal modo lo apostrofò

"Comanda e chiedimi cosa desideri e io farò di te l'uomo più ricco, potente e felice della terra ..."
"Chi sei ? Rispose con un fil di fiato, l'uomo ascoltando l'eco ballerino delle sue parole e sentendole estranee alla sua bocca,simili a controsensi stipati or fuorisciti dal suo esasperato stato d'apprensione.

"Io sono il fedele servitore di Anubi, Signore del regno nascosto - parla piccolo essere perchè tra un minuto non potrai dirmi cosa vuoi faccia per te "

"Ecco : vorrei vivere agiatamente assieme a tutta la mia famiglia e colmo di onori onde non conoscere alcun tipo di stento o fatica in questa realtà, mettendo fine all'umiliante condizione di servo costretto a faticare ore e ore sotto la vampa ardente del sole privo di cibo e acqua e di qualsiasi altro diritto se non quello consessomi di riposare per ricaricare le energie."

"Sarai accontentato a una condizione: per sette anni possiederai ricchezza,fama e fortuna ma alla fine del periodo stabilito dovrai nuovamente tornare qui a portarmi in segno della tua gratitudine qualunque cosa io ti domanderò"

E sia! Verrai esaudito, metti al dito questo anello per ricordare ciò che mi devi detto fatto Khashir indossò il gioello e l'essenza scomparve come per incanto...

Tornando a casa s'avvide che al posto della povera casupola ove abitava era sorto un elegante palazzo degno di un dignitario di corte,la moglie Thiensin riccamente abbigliata assieme alla prole lo circondava di premure e riguardi,insomma aveva la vita che aveva si lungamente sognata, la folla s'inchinava al suo passaggio venerandolo quasi fosse un dio -proprio una bella differenza da prima

Naturalmente passarono gli anni e presto gunse la data convenuta in quel lontano giorno Khashin appressandosi l'ora dell'appuntamento, avvertiva in se' quasi un presentimento che non lo faceva davvero star tranquillo teneva nervosemente tra le dita l'urna ormai vuota e man mano s'avvicinava in prossimità del deserto,si sentiva ancor più inquieto ....
Bè ripeteva tra sè una promessa va mantenuta, animo via non preoccuparti quindi fermandosi colà restò silenziosamente in attesa e la Creatura informe non si fece aspettare troppo evanescente si levò simile a una grossa nube manifestandosi alla sua vista

"Eccoci di nuovo qua spero onorerai il tuo debito "
"Sono qui per questo disponi di me a tuo piacimento"
Bene voglio possedere il tuo cuore... strappatelo dal petto ! - lo porterò nel sacro terreno in dono al mio Signore -
Tieni ! Qua c'è la lama inciditi il petto ...
L'uomo sbiancato in viso si apprestò immanente a eseguire l'ordine quando la Dea Iside sdegnata dalla richiesta intercesse in suo favore presso Anubi ma troppo tardi !
Il cuore giaceva adagiato sulla sabbia, simile a una rosa scarlatta e palpitante e Kashir disteso accanto a lui era già irrigito , preda della morte

Selkis la splendente allora per ordine di Re dispose un rito magico per resuscitare l'uomo a patto comunque che il suo cuore fosse eternamente custodito dentro al cofanetto trovato sette lustri prima sul posto ...Tutti i suoi palpiti istantaneamente cessarono di colpo e l'organo sotto l'influsso della solenne evocazione venne mutato in trasparente sagoma di vetro per rammentare che ognuno di noi ha in sè la facoltà di scegliere il tipo di sorte da segiure liberamente ma una volta deciso esiste un prezzo da pagare se non ci si sa accontetntare
di quel che si possiede illudendosi di viver meglio e in fin dei conti nè glorie o denaro possano aquistare la felicità.
Quanto a Kashir privo del suo ritmo vitale vaga senza quiete tra le dune,cercando il suo cuore custodito ora nel ventre della terra... per l'eternità.

La leggenda dell'alba nascente




La leggenda dell'alba nascente
Tanto tempo fa viveva in un villaggio Sioux un giovane e valoroso guerriero che si era distinto tra la sua gente non solo per il coraggio dimostrato in battaglia ma anche per la grande saggezza ciò gli permetteva
di comprendere con chiarezza la vera essenza delle cose...
Piuma d'acquila questo era il suo nome era molto devoto al Grande Spririto e passava ore in silenzio, meditando davanti all'albero sacro per carcare in solitudine oltre i confini - verità lungo quelle dimensioni che occhio umano non può vedere.

Un triste giorno il vecchio capo Lupo grigio prossimo ormai alla fine lo mandòa chiamare e salutandolo cosi gli disse ... E' giunto l'ora in cui io vada col vento sulle verdi praterie..
A te che ho amato teneramente come un figlio affido il nostro popolo e la mia unica figlia sii per loro un padre generoso ed equo. E sia pace e prosperità per te e per ogni membro di questa tribù..

Poco dopo spirò!

Canti e danze accompagnarono il rito funebre durante il quale le spoglie mortali del vecchio capo furono bruciate sul rogo allestito per l'occasione e le sue ceneri disperse nel vuoto...

Alcuni giorni più tardi Piuma d'aquila e Goccia di Luna furono uniti in matrimonio dallo Sciamano in persona alla presenza di tutti gli abitanti e alcuni mesi dopo la loro unione benedetta dalla nascita di una bellissima bambina al quale fu posto il nome di Luce Zampillante...

Passarono gli anni,serenità e amore scandivano i giorni di quel pugno di uomini ...L'odio e i conflitti sembravano
all'improvviso svaniti e i profumi del succedersi delle stagioni allietavano il cielo a cui Piuma d'aquila quotidianamente si rivolgeva per trovare consiglio nei momenti di dubbio o difficoltà...

Quanto alla bimba cresceva buona e ubbiedente e sovente accompagnava il padre nei suoi solitari pellegrinaggi di riflessione, pure gli animali avevano imparato a conoscerla e dai piu' mansueti ai selvaggi si lasciavano da lei carezzare quasi percependo nel suo essere qualcosa di sovrannaturale se non addirittura magico....

Le piaceva molto posare lo sguardo sulle varie sfumature di colore che il sole disegnava al mattino infrangendosi sui rami degli alberi e in lei ogni cosa: colori e suoni destava un'emozione profonda che la faceva sentire in sintonia con l'intero universo e pur non comprendendo il perchè di tutto questo pensava guardando la linea appena accennata dell'orizzonteal piacere conferitogli da quegli istanti passati in silenzio felice di godere
di quei doni e ringraziava mentalmente L'energia creatrice della natura e degli uomini ,un lupo le teneva compagnia annussando la soffice brezza tra i fili d'erba della prateria ....

Di solito l'animale non si faceva avvicinare da nessuno però volentieri si lasciava avvicinare dalla giovinetta pur rimanendo scontroso e in vigile attesa accovacciato su alcune pietre poco distante dal punto
dove essa era solita immergersi nei suoi pensieri.

Venne il tempo comunque in cui il buio e il dolore fecero la loro infausta comparsa sulla pacifica comunità
L'uomo bianco aveva infranto la quiete col sordo rumore dei fucili e per di più fame e malattie imperversavano tra le capanne a tal scopo era stata eseguita sinanco la danza del sole ma sembrava che gli spiriti fossero sordi a ogni invocazione cosi solo desolazione albergava in quel luogo prima sereno...

Una notte Piuma d'acquila riuni in gran fretta i membri più anziani del villaggio per decidere il da farsi nde fronteggiare meglio la situazione venutasi a creare poichè nel suo cuore vedeva via via scemare le speranze
una dopo l'altra simili a foglie spente in volo verso l'infinito ...

Fu stabilito di compiere dei sacrifici in onore del creatore supremo e il Capo stesso con lo sciamano si recarono presso il grande totem in modo da fermare il sisseguirsi di eventi nefasti sopraggiunti a minare l'esistenza tranquilla del suo popolo...

Innanzi alla stele votiva furono pronunciati i solenni salmi della vita e della morte ; la fiamma delle torce
illuminava debolmente la volta notturna donando al paesaggio un 'atmosfera impercettibilmente misteriosa
soltanto qualche uccello si librava in volo sugli spazi sconfinati rompendo la litania triste delle voci in preghiera...

Ad un tratto un lampo incadescente squarciò l'opprimente buiore del vuoto e la visione del vecchio capo si apri simultanea innanzi agli occhi dei presenti colma di icomparabile luminosità ....

Rivolgendosi a Piuma d'aquila con dolcezza in tal modo si pronunciò:" Porta qui tua figlia è venuto il momento che svolga la missione per cui è stata inviata in dono dal Signore di tutte le cose da ciò deriva il suo nome... portare la luce in mezzo al dolore quanto a te hai svolto con equilibrio la missione affidatati pero' adesso devi affrontare la prova più difficile separarti dal tuo stesso sangue per il bene della collettività.

Fu dunque prontamente mandata a chiamare la fanciulla che arrivò accompagnata dal fedele lupo e la sua famiglia e come per incanto si dissolsero dentro a quel varco luminoso

Da lontano ognuno poteva osservare la ragazza sorridere felice in compagnia dei lupi sulle verdi praterie

Solamente qualcuno notò rivoli di lacrime solcare il viso del Capo e udire poche parole di commiato bisbigliate alla figlia : "Addio figlia mia possa tu sempre far sorgere il sole fino a che questo tempo sarà!
Un giorno ci ritroveremo e con le spalle incurvate si allontanò mesto ma al contempo in pace con se stesso

In quell'istante seppe con certezza che neanche l'odio e la guerra possano uccidere l'amore e forse il volere delle stelle era il seguente sorridendo ascolto' il rimbombo dei suoi passi dissolversi lentamente
mentre intanto un raggio di sole illuminava l'immenso lentamente nell'aria colorando le aride zolle che molto presto sarebbero tornate a fiorire rigogliose

Poi per l'ultima volta volse intorno lo sguardo e si senti davvero un uomo speciale ..

6.7.09

La Vita


LA VITA

Un giorno la Vita prese le sembianze di un bel giovane e si mise in cammino per le strade del mondo. Al margine della foresta vide una capanna ed entrò trovandovi un pover'uomo malato d’elefantiasi: tutte le sue membra erano gonfie e deformi tanto che si muoveva a fatica.
- Oh, qual buon vento ti conduce a me? - disse il malato - Chi sei tu?
- Sono la Vita - rispose l'altro - alcuni mi riconoscono quando vengo ma non quando torno.
Io vado e vengo. Tornerò da queste parti fra qualche anno. Ma perché gemi tanto?
- Soffro di una malattia orribile, ha distrutto il mio aspetto umano e mi ha tolto ogni gioia di vivere. Non ne posso più.
- Se vuoi - disse la Vita - ti guarisco. Ma tu mi dimenticherai.
- No! - assicurò il malato - Chi mi guarirà, resterà eternamente nella mia memoria e godrà la mia riconoscenza per sempre.
La Vita sparse una polvere misteriosa sul malato e questi guarì per incanto.
Ripreso il cammino, la Vita giunse presto alla capanna di un lebbroso.
- Oh, benedetto tu che vieni da me! - esclamo il lebbroso al vedere il bel giovane - Posso sapere il tuo nome?
- Io sono la Vita - disse il nuovo arrivato - alcuni mi riconoscono quando vengo ma non quando torno. Vado e vengo. Torero da queste parti fra qualche anno. Ora ti guarisco, ma tu ti ricorderai di me?
- Non ti dimenticherò finché campo - disse il lebbroso.
La Vita lo guarì e riprese il cammino.
All'ingresso di un villaggio, ecco un cieco che avanzava cercando la strada col bastone. Sentendo dei passi, il poveretto si ferma e chiese: - Chi è?
- Io sono la Vita. Alcuni mi riconoscono quando arrivo ma non quando torno.
Guarì anche il cieco e scomparve.
Passarono gli anni e a suo tempo la Vita torna come aveva detto. Ma questa volta s'era nascosta sotto le sembianze di un cieco. Era sera quando arrivò alla capanna dell'uomo che aveva guarito dalla cecità e bussò alla porta. Era assente, ma c'era la moglie.
- Pietà di questo povero cieco - disse la Vita - conosco vostro marito, posso avere qualche ristoro mentre lo attendo? Mi basta un po' d'acqua.
- Il mio uomo è uno stolto - borbotta la donna - tira in casa tutti gli straccioni che incontra!
E gli diede con malagrazia un po' d'acqua sporca in una vecchia zucca. Giunse finalmente il padrone.
- Sono di passaggio - disse il finto cieco - puoi accogliermi in casa tua fino a domattina?
L'uomo brontola qualche parola, poi stese una stuoia in un angolo della capanna e diede al cieco un po’ d’arachidi. Quando l'alba spuntò, la Vita chiama e gli disse: - Non ti avevo detto che alcuni riconoscono la Vita quando arriva e non quando torna? Eccomi qua, e tu non mi hai riconosciuto perché la cecità è rimasta nel tuo cuore. Perciò tornerà anche nei tuoi occhi.
Così dicendo uscì, lasciando dietro di sé una traccia di polvere. Quell'uomo ritornò cieco come molti anni prima.

La Vita raggiunse presto il villaggio di quel che un tempo era lebbroso, e si coprì di lebbra orribile tanto che sciami di mosche lo perseguitavano. Bussò alla porta, ma quell'uomo, visto il lebbroso, rifiutò di farlo entrare e di dargli da mangiare dicendo che era troppo sporco.
- Non te l'avevo detto che alcuni riconoscono la Vita quando viene e non quando torna?
Così dicendo partì lasciando dietro di sé la polvere misteriosa. L'uomo ingrato si trovò di nuovo coperto di lebbra tanto che la sua carne cadeva a brandelli.

Giunta alla capanna di quel che un tempo era malato d’elefantiasi, la Vita si gonfiò le membra in modo che a stento poteva camminare. Si affaccio alla porta e disse: - Buon uomo, un po' di ristoro, per carità!
- Avanti! Avanti! Entra! - disse l'uomo affrettandosi ad aiutare il finto malato.
- Oh, che disgrazia! Anche io una volta avevo questa brutta malattia, ma un bravo giovane passando di qua mi guarì. Chissà... E mentre parlava mise a cuocere dell'ottimo cibo e presto al malato ogni cura possibile e immaginaria.
All'alba la Vita si presento per il bel giovane che era e disse: - Tu hai riconosciuto la Vita anche al ritorno. Sei uno che non dimentica i benefici ricevuti e sai soccorrere chi soffre cioè che tu stesso hai sofferto. Perciò resterai sempre sano e godrai d’ogni prosperità.
L'uomo volle dare alla Vita qualche regalo, ma la Vita lo ringrazio dicendo: - Non ho bisogno di ricchezze. Voglio che tu ricordi una cosa importante:
La vita può cambiare e portare oggi bene e domani male, ma spesso dipende da noi renderla migliore o peggiore.

Il tulipano


APRILE, il mese del Tulipano.

Si ritiene che il tulipano sia stato introdotto in Europa dalla Persia, ed in effetti ancor oggi in Iran gli innamorati si scambiano tulipani come simbolo d'amore.
Giunti comunque in Europa, i tulipani divennero di moda, grazie alle donne francesi che per prime li apprezzarono. La moda dilagò poi dalla Francia all'Olanda, dove si selezionarono nuove varietà ed i tulipani divennero oggetto di coltivazione intensiva; i bulbi venivano contrattati con accanimento dai ricchi mercanti olandesi, e le più rilevanti di tali contrattazioni all'inizio si svolgevano nel palazzo del mercante Van der Burse, palazzo che si trasformò nella sede non soltanto del commercio dei tulipani, ma anche di altri prodotti. Derivò così dal nome di quel mercante la parola Borsa, che ancora oggi indica il luogo delle contrattazioni di titoli azionari e di monete.
Io però conosco una storia diversa, che attribuisce la spettacolare fioritura dei tulipani ad una delicata leggenda.
In un tempo ormai lontano, viveva in Olanda un contadino che traeva dalla terra i prodotti necessari al suo sostentamento. Egli conosceva soltanto le nozioni indispensabili alla propria sopravvivenza. Conosceva quindi il ritmo delle stagioni, e quando seminare e quando raccogliere, le erbe buone per nutrire le bestie da lui accudite, e le erbe cattive che le avrebbero avvelenate. Altro non sapeva: ignorava dunque l'esistenza delle grandi città che cominciavano a sorgere non molto lontano da lui, il concetto e l'utilità del denaro, i miracoli della sapienza degli uomini.
Accadeva che, spinto dall'ansia di un'attesa senza scopo, si soffermasse talora ad osservare la lunga fuga dei campi verdi, di un verde monotono, sempre uguale, interrotto soltanto dagli ordinati canali di irrigazione che riflettevano il cielo. E il suo sguardo si spingeva fino all'orizzonte che dove lui viveva sembrava ancora più lontano di quanto non sia solitamente l'orizzonte, perché la sua terra piatta non era in alcun modo interrotta dalle linee ondulate dei monti.
Poiché era giovane, talvolta un comando impellente correva nelle sue vene, ma egli ne ignorava il significato, perché da quando si ricordava, era sempre stato solo, e così pensava - se pure pensava un futuro che non fosse l'immediato accadere dopo il presente - che sempre sarebbe stato.
Accadde tuttavia che un giorno, saltando senza motivo, in un impeto di felicità, un canale che scorreva quieto fra i verdi prati silenziosi che erano l'unico mondo da lui conosciuto, piombò in un mondo di bellezza che gli era ignoto: egli vide, spuntati tra l'erba sottile, fiori stupendi dai mille colori, aperti come ninfee, e sospesi su essi creature di luce, vestite di veli anch'essi dai mille colori, e con grandi ali leggere scintillanti d'argento, di quello scintillio che egli aveva scorto, nelle notti di luna piena, capovolto nei mille canali che attraversavano la sua placida terra.
Erano innumerevoli,quelle creature, e ciascuna aveva in mano uno strumento fatto di luce, che suonava insieme alle altre, in armonia di suoni. Una sola tra tutte non possedeva alcuno strumento. Era la più bella di quegli esseri lucenti e muoveva piano le sue leggere ali di farfalla, e rideva felice, danzando la musica evocata dalle compagne, musica che il giovane era certo non fosse umana, anche se di umano non aveva mai udita altro suono che quello del vento che spazzava le grandi pianure che erano tutto il suo mondo.
In quella bella creatura sorridente il giovane contadino concentrò alfine il comando imperioso che correva talvolta nelle sue vene, la somma di tutte le cose che sapeva esistere anche se gli erano sconosciute, l'ansia di bellezza che troppe volte lo aveva divorato quando osservava il mare fondersi nel cielo, all'orizzonte.
E l'amò, senza nemmeno sapere che era amore, d'un subito, profondamente e inutilmente, con la disperazione di chi intuisce di amare l'irraggiungibile.
La creatura fatata non conosceva purtroppo l'amore, poiché quello è un dono riservato agli uomini, ed anche loro solo raramente riescono a possederlo, ed ancor più raramente a condividerlo: la creatura era bella, buona e gentile, ma non poteva comprendere l'ansia che divorava il giovane umano.
Lui, a sua volta, che vedeva la bellezza e la bontà di lei, che si struggeva per la malia evocata dalla sua danza e dalla musica e dai canti delle fate compagne, si lasciò consumare dal desiderio di tutto questo fino a morirne, addormentandosi quieto, in un giorno d'aprile, al suono di quella musica, sull'argine del canale che un destino imperscrutabile, un giorno, gli aveva ordinato di attraversare.
La regina delle fate, sfiorata forse per la prima ed unica volta in quella sua vita diversa da un senso di umana pietà, pur non comprendendo il motivo di quella morte, intuì confusamente di esserne la causa innocente, e volle che le terre che il giovane aveva amato in vita, fossero da allora, nel mese aprile, coperte dai fiori che servivano da casa alle fate. E' da allora che ogni anno, nel mese di aprile, i tulipani fioriscono tutti insieme, a migliaia, coloratissimi, nella terra d'Olanda.
Mi hanno raccontato che chiunque abbia visto questa miracolosa fioritura, non fatichi a credere in questa storia che ne racconta l'origine fatata.

La leggenda dei girasoli



La leggenda dei girasoli: Bella e il suo signore

Splendono a luglio i girasoli, col volto eternamente girato verso la luce, inebriati di sole. "Impazziti di luce", come li ha descritti un nostro grande poeta.
I botanici ci insegnano che questi giganti bonari sono giunti a noi dall'Ovest degli Stati Uniti d'America, ma una vecchia storia racconta di come, molti secoli fa, i girasoli illuminassero col loro colore dorato anche i prati delle terre d'Europa. Essi crescevano allora in gran numero specie in Italia, paese del sole.
In quei tempi, dopo che il fatidico anno 1000 era passato senza che il mondo andasse distrutto, i popoli della grande pianura padana avevano trovato finalmente un poco di pace, sia pur nell'avvilimento del servaggio.
A narrare di questo periodo è uscito da poco un libretto intitolato "Il Medioevo nella Valsesia dei Conti di Biandrate", autore Albino Roma, dove vengono narrati, con pagine scorrevoli e di piacevole lettura, i costumi di quei periodi lontani.
Restavano comunque sempre tempi e mondi crudeli: i nuovi padroni avevano portato con loro le loro usanze, talvolta umilianti, alcune spietate. Una delle più difficili da accettare era quella che riconosceva al Signore padrone delle terre, il diritto di possedere per primo, prima ancora del legittimo marito, durante la prima notte di nozze, la sposa di qualsiasi villaggio si trovasse nelle sue terre.
E' anche vero che, molto spesso, si riusciva ad aggirare quell'uso crudele, ne fosse o no consapevole il padrone del luogo, celebrando le nozze di nascosto, rinunciando così gli abitanti del villaggio a quel poco di festa che un matrimonio di poveri avrebbe consentito.... ed il loro Signore al dubbio piacere di un amore consumato con la violenza, soprattutto se la sposa non era una bellezza, e comunque spesso odorosa di letame.
Di questa usanza si narra nel libro che ho citato, e pare sia stata causa di una ribellione del popolo della Valsesia agli odiati Conti di Biandrate.
Ma io voglio raccontare una storia diversa, dalla quale ha origine la leggenda dei girasoli.
Dunque, in uno di questi villaggi viveva una giovinetta che si chiamava Bella, e faceva onore al suo nome, poiché possedeva la bellezza di una mattina d'estate, ma anche la natura mutevole e pericolosa del fuoco; i suoi occhi luminosi non erano mai rivolti umilmente verso la terra: perché Bella era della razza dei servi, ma aveva nel cuore la fierezza dei padroni.
Quando giunse anche per lei il tempo dell'amore, venne dai parenti promessa in isposa al contadino di un villaggio vicino. Anche per il giovane era tempo di nozze, e così acconsentì di buon grado, rassegnato anche ad accettare, se non si fosse riusciti ad eluderla, la barbara usanza dei padroni. Contrastarla apertamente, del resto, era impossibile: significava condannarsi a morte.
Alla festa del fidanzamento, quando i due si incontrarono per la prima volta, gli occhi di lui caddero finalmente sulla giovane promessa sposa ed in petto prese ad ardergli una fiamma finora sconosciuta. Bella vide quella fiamma negli occhi dell'uomo che gli era stato promesso e scambiò quell'ardore per lo stesso orgoglio che animava lei, pronta alla morte, ma non al disonore.
Giunse infine il giorno delle nozze, che si sperava restassero segrete. Ma troppo bella era la sposa, troppa invidia avevano suscitato lei con la sua bellezza e lui per essere stato il prescelto. E notizia di ciò giunse anche al loro Signore, ed il Signore arrivò non invitato alle nozze, curioso di vedere se era il caso di esigere ciò che la legge gli riconosceva come diritto.
Pronta a tutto, Bella levò gli occhi fieri verso quell'uomo che pretendeva di possederla e qualcosa, negli occhi chiari di lui, spalancati a leggerle sul viso quella sua bellezza di fuoco, per un attimo le fece sognare un mondo diverso, credere che esistessero anche per lei diverse possibilità...... Affascinato, il Signore si immobilizzò, tentato di rispettare quell'intatta bellezza. Per un attimo, persino il tempo parve arrestarsi, e le foglie degli alberi cessarono di stormire, e si quietò il cinguettio degli uccelli e tacquero gli abitanti del villaggio, stupiti, in attesa.
Ancora esitante, il Padrone volse intorno lo sguardo, e vide accanto a Bella, lo sposo che le era destinato, il contadino col capo chino, pronto alla rinuncia e al disonore. "Per essere di costui, puoi anche esserlo dopo che ti avrò preso" sogghignò, dimentico di quel suo breve istinto di nobiltà e trascinò con sé Bella in un vicino campo di girasoli per farla sua.
La fanciulla però riuscì ad impadronirsi del pugnale che l'uomo portava sempre con sé, e rapida come una lingua di fiamma lo diresse verso colui che voleva disonorarla.
Ucciderlo, e poi uccidersi, e andarsene per sempre, ma intatta. Questo Bella aveva nel cuore.
Eppure quegli occhi chiari che per un interminabile momento l'avevano guardata come una donna, quella ardente, spavalda giovinezza di lui cui tanto prometteva la vita....lei invece, lei era comunque condannata: ad essere di quell'uomo, e poi di quell'altro, che ancora immobile, a capo chino, aspettava.
Così Bella, in un istante, decise, e deviò il corso della lama, e rapida se la conficcò nel cuore.
Bella cadde tra i grandi fiori, che si piegarono su di lei, nascondendola. Il Signore, sconvolto, spronò il suo cavallo, lontano da quel luogo di morte.
Si racconta che, ossessionato dai fieri occhi di lei, e dalla generosità che gli aveva risparmiato la vita, cominciasse a vagare per le sue terre, ovunque ordinando che venissero abbattuti i girasoli, sicché neppure un campo restasse a ricordargli l'episodio di cui ormai si vergognava. Si dice che egli vagasse per tutta la vita che gli rimase da vivere, spingendosi sempre più lontano, sempre distruggendo i grandi fiori che incontrava al suo passaggio.
Fu così che i grandi fiori del sole scomparvero dalle terre d'Europa, per ritornarvi poi provenendo dagli Stati Uniti d'America.
In luglio, la strada statale che da Parma conduce a Mantova, è un'unica, solare, bellissima distesa di questi fiori inondati di luce, a motivo di quella storia lontana condannati a piegare il capo nella direzione del sole, a ricordo della viltà degli abitanti del villaggio.
Sempre, però, tra la gran massa, per lo meno una coppia di girasoli si erge diritta nei campi, ed entrambi levano il capo superbo verso il cielo, a ricordo della triste storia di Bella e del Signore che non ebbe il coraggio di amarla.

Il nontiscordardime...


Il nontiscordardime, messaggero d'amore.

Un tempo, in un regno prospero e felice, la giovane Daina abitava con la madre ormai vecchia in una piccola capanna dipinta di bianco, sul limitare di un campo di grano, vicino ad un ruscello che scorreva gioioso, alla quieta ombra di alberi secolari. Era bello in inverno, coi severi alberi spogli, i rami immobili contro il cielo grigio e i bruni campi silenziosi dove volavano pigramente i corvi dalle nere, lucide ali. Ed era bello in estate, sotto le fresche foglie luccicanti dove tubavano le colombe innamorate l'una dell'altra, accompagnando con il loro linguaggio d'amore il lieto scorrere del torrente d'argento.
Le donne andavano a riempire di purissima acqua i loro secchi in quel luogo incantato, ed i viandanti si sedevano per riposare e parlare con Daina, flessuosa, dolce e paziente come l'animale di cui portava il nome.
Ella lavorava filando alla rocca tessuti leggeri e preziosi per le ricche signore del regno e sognava, filando, i suoi sogni, il bel viso piegato sotto il peso dei lunghi capelli neri, raccolti sul capo in una treccia splendida, degna di una regina, i grandi occhi liquidi e scuri levati talvolta ad osservare fiduciosi chi voleva fermarsi a parlare con lei.
Un giorno, uno dei viandanti la informò che il Nobile Signore, padrone del regno, stava visitando tutte le terre che gli appartenevano, e quindi certo sarebbe giunto anche lì.
Turbata - senza nemmeno ben capirne la ragione - per la prima volta nella sua breve, placida vita, Daina corse dalla madre, per chiedere alla saggezza di lei quale mai vestito dovesse indossare per rendere omaggio al loro Signore. Quanto ai gioielli, la scelta era obbligata. Daina e la madre erano molto povere, vivevano del lavoro della fanciulla, e non possedevano che la piccola capanna bianca dove vivevano ed uno splendido gioiello, un grande zaffiro che racchiudeva in sé tutti i tenui bagliori del cielo, incastonato in una montatura degna di un re.
Quello zaffiro era appartenuto ad un possente signore del regno, che in anni ormai lontani aveva amato la madre di Daina, bella allora come ora la figlia, e poi l'aveva abbandonata, lasciandole in dono la piccola e quel gioiello prezioso.
La madre, sgomenta per il turbamento della figlia, pregò in silenzio perché la storia non si ripetesse, perché alla fanciulla così ignara fossero risparmiati il dolore dell'abbandono e del disinganno, le lacrime dello struggimento e della solitudine, ma ben sapendo che ogni cosa è già scritta, aiutò comunque la sua bella figlia ad acconciare i lunghi capelli neri e ad indossare un abito bianco come l'alba del mattino, fermandole sul seno il gioiello azzurro colore del cielo.
Finalmente il Nobile Signore passò davanti alla piccola casa di Daina, che attendeva tremando, ma, anche se vide la graziosa capanna dipinta di bianco, la giudicò troppo piccola per prestarle attenzione e passò oltre senza badare alla bellezza di quell'angolo fatato; era estate, ma preso dai gravi pensieri del suo regno, egli non vide le lucide foglie dei grandi alberi, non udì il richiamo amoroso dei colombi innamorati, non fu attratto dal fresco gorgoglio del ruscello d'argento.
Daina però non poteva tollerare il pensiero di non aver reso alcun omaggio al suo Signore.
E così, in un gesto dettato da inconsapevole orgoglio, poiché anche nelle sue vene scorreva nobile sangue, e dalla delusione di un'inconfessata speranza, lanciò verso il Principe il suo prezioso gioiello di cielo.
cielo.
Indifferente, il Principe passò col suo cavallo là dove il gioiello era caduto, e dietro a lui gli infiniti zoccoli dei cavalli di tutto il suo seguito numeroso. E il bello zaffiro si frantumò in numerose piccole schegge di luce azzurra, che riflettevano il sole.
Fu una dea pietosa che passava di lì a trasformare quelle schegge in migliaia di piccoli fiori azzurri, cui venne dato il nome di "non ti scordar di me" perché il ricordo del gesto orgoglioso e gentile della piccola Daina non andasse del tutto perduto.
Edoardo VIII, nel 1936, in un secolo dunque apparentemente privo di fiabe, rinunciò al trono di Inghilterra, assumendo il titolo di duca di Windsor, gettando così ben più che un monile di zaffiro ai piedi della donna che amava. La rinuncia al trono era infatti l'unico mezzo per rendere possibili l'anno successivo le nozze con l'americana, due volte divorziata, Wallis Simpson, che, a differenza del principe della fiaba, si chinò a raccogliere il dono.
IL duca volle che nel giorno delle nozze i "non ti scordar di me" decorassero a migliaia la loro abitazione, e che l'abito della sposa avesse quella particolare tonalità di chiaro azzurro che mostrano i petali del fiore sacro all'amore.
La piccola Daina, dal suo mondo di fiaba, deve pur aver visto tutto questo e certamente, nella sua generosità, ne ha sorriso felice.

Le margherite, stelle della terra



LE MARGHERITE, STELLE DELLA TERRA

Fu in una notte come tutte le altre, ma antica di molti milioni di anni, che le stelle sparirono dalla terra, per raggiungere il cielo.
Perché, come narrano storie così vecchie che si è perso il ricordo di chi le narrava, c'è stato un tempo in cui le stelle vivevano sulla terra.
Erano creature timide ed aggraziate, che vivevano a gruppi, sparse un po' dovunque, tenendosi ben nascoste agli occhi degli esseri umani. In quei tempi lontani, gli uomini avevano appena cominciato a popolare il pianeta, ed erano in pochi, e tuttavia a volte sufficienti per rompere i delicati equilibri che univano gli esseri viventi di tutto il creato.
Si racconta che un gruppo di stelle avesse trovato rifugio proprio qui, nella valle del Sesia, perché qui c'era tutto quello che esse amavano: grandi montagne ricoperte di foreste e rapidi torrenti ed un fiume generoso a raccoglierli, dalle fresche veloci acque azzurre, glaciali di neve in primavera, allo sciogliersi dei vicini ghiacciai, rombante di acque scure di minacce antiche quanto il tempo nei periodi delle lunghe piogge, luccicante d'oro al sole d'estate, sempre comunque in corsa più in basso, verso un altro placido fiume che scorre tra rive ridenti, pronto a ricevere il fratello più inquieto.
Nelle foreste più profonde, lontane dalle abitazioni degli uomini, le stelle spingevano nei torrenti rumorosi e limpidissimi gli alberi abbattuti nelle notti di tempesta dai fulmini loro amici, e poi liberati dai rami più ingombranti dai volenterosi castori, gli animaletti dei boschi coi quali le stelle amavano giocare. Alle stelle piaceva montare a cavalcioni di quelle imbarcazioni improvvisate, e poi lasciarsi trascinare dai tronchi che veloci le trasportavano a valle, mentre esse ridevano divertite per i grandi balzi lungo i rapidi torrenti bianchi di spuma.
Cantavano poi dolcemente quando arrivavano al placido fiume che correva fuori dai monti, ed esse correvano con lui, sui comodi tronchi che ancora odoravano delle foreste lontane, accompagnate dal volo solenne degli aironi e dal chiacchierio delle famiglie dei dignitosi cormorani, incontrati lungo il cammino, e poi ancora più lontano, fino ad un altro fiume ancora più grande, dove l'impatto coi gabbiani bianchi, ubriachi di onde e di vento, annunciava la vicinanza del mare.
Le stelle indossavano abiti di nuvole, e decorazioni scintillanti fatte dei denti affilati dei cinghiali che popolavano numerosi le foreste che coprivano le cime delle montagne, e di altrettanto scintillanti conchiglie, che il mare, ritraendosi dopo le tempeste, lasciava loro in dono lungo le rive.
Avevano lunghi capelli leggeri di un bianco dorato, che rifulgevano al sole quando il vento si divertiva a giocare con quei fili sottili, e ridenti, luminosi occhi pronti al sorriso.
Tutto quel fulgore di ornamenti e di bellissime chiome pulsava ritmico all'unisono, quando le stelle cantavano le loro canzoni, scivolando lungo il fiume.
Era un'incredibile spettacolo di luce, di bellezza e di gioia, carico di musica struggente.
E fu proprio dalla valle del Sesia che esse sparirono.
Accadde così, in una notte che sapeva di magia. IL cielo tutto blu era fermo e compatto, come in attesa. Sarebbe stata buia la notte, perché in quei tempi prima del tempo, nemmeno la luna illuminava il cielo, ma la luce era data da tutto quello splendore di stelle, che scendevano placide cantando lungo il grande fiume.
Un viandante che si era perso nella foresta vide quella luce scintillante, e sentì la dolce musica misteriosa. Divorato dalla curiosità, si avvicinò alla fonte della sua meraviglia e spiò, nascosto tra i rami degli alberi che crescevano lungo la riva.
Lo spettacolo era di tale bellezza che l'uomo rimase quasi accecato dalla magnificenza di quanto scorreva sul fiume.
Con l'avidità che è propria della sua razza, o forse soltanto per la gioia di tenerlo tra le mani, l'uomo d'impulso uscì dal suo nascondiglio e si precipitò verso tutto quello splendore, arrivando a sfiorare una delle imbarcazioni improvvisate, che però gli scivolò tra le dita.
Terrorizzate, le fragili stelle fuggirono, chiamarono a raccolta le loro sorelle sparse per tutta la terra e si rifugiarono nel cielo, per non tornare mai più.
IL loro scintillio glorioso è tuttora visibile dal nostro pianeta, ma gli uomini hanno perso per sempre il fascino struggente della loro musica.
Lasciarono però, gentili com'erano, qualcosa al loro posto : le innumerevoli, graziose piccole margherite (dette anche pratoline) che a primavera ricoprono i prati a migliaia, rimaste a ricordare le stelle con il loro cuore colore di sole.
Anche se è a primavera che esse cominciano a fiorire, è all'inizio dell'estate che ricoprono i prati con il loro candido e dorato splendore, tanto che un antico proverbio inglese recita: "Quando puoi posare il piede su sette margherite, allora è davvero arrivata l'estate".
Curiosamente, il nome inglese delle margherite è "Daisy" e forse risale, senza saperlo, all' antichissima storia che vi ho raccontato: perché Daisy sta per "the day's eye" - "l'occhio del giorno" e infatti questi fiorellini si aprono alle prime luci e ripiegano i loro petali quando il sole tramonta, come se andassero a dormire. Si dice che taluna, approfittando del buio, se ne voli a popolare il cielo, e che qualche altra, malata di nostalgia, approfittando delle stesse tenebre, torni ogni tanto a profumare la terra.
Senza nemmeno saperlo e pur avendo perso il ricordo di quella leggenda lontana, anche i giovani esseri umani sono tornati a percorrere quella che un tempo era una strada di stelle, e con le agili canoe e i coloratissimi Kayak cavalcano gioiosi le limpide acque del fiume, giocando tra loro, quest'anno, una sfida che ignorano essere antica quanto il tempo.

Il Principe delle rose



Il Principe delle rose


Tantissimi anni fa , alle pendici dei monti Pirenei si estendeva il Paese di Mira Mirò,veramente era poco più di un piccolo fazzoletto di terra circondanto da grandi alberi perennemente fioriti,si perchè cari bambini dovete sapere che in questo angolo di Paradiso non esisteva l'inverno e gli abitanti cosi potevano gustare la soave tenerezza dell'aria profumata di rose e di lavanda tutto l'anno.La natura rigogliosa col suo linguaggio ricco di suoni,aromi e colori faceva si che in questo luogo incantanto,la vita trascorresse con semplicità, nel rispetto dei veri valori di amicizia e amore verso il prossimo per cui ogni singolo componente si sentiva qui particolarmente sereno e nessun pensiero triste faceva capolino nelle menti poichè tutto era bello e pieno di magia. Uno scintillante ruscello divideva le abitatzioni dal castello reale ove risiedevano il Re Ezhel e la Regina Mohar con le due figlie Azul ed Elisee ...
Ai margini del maniero si poteva ammirare anche un delizioso bosco dove abitavano sotto agli ombrelli dei funghi gnomi e folletti e inoltrandosi ancora piu' avanti tra il fitto fogliame di sempreverdi era situata la grotta del Grande Drago guardiano del tesoro dell'eterna felicità, riposto sotto la quercia che separava l'antro dal palazzo delle fate circondato da siepi ricolme di rose di ogni forma e qualità...

Ogni anno in occasione dell'inizio della primavera si teneva una gran festa per celebrare il sole e la fertilità della valle,tutto il popolo allora si radunava nei giardini della reggia danzando e snocciolando i sacri riti propiziatori affinchè al regno venisse concesso un erede maschio, questo onde assicurare pace e stabilità con i paesi limitrofi,la dolce regina donna pia e costumata col passar del tempo diventava infatti sempre piu' malinconica e ormai disperava d'assicurare la tanto agognata discendenza al marito ma quell'anno alla vigilia dell'avvenimento, avverti quasi un presentimento che forse il suo desiderio si sarebbe avverato , cosi lieta partecipò alla generale euforia impegnando le ore antecedenti la festività con la composizione di ghirlande per la maggior parte costituite da leggiadre corolle di rose ...
Finalmente giunse il giorno tanto atteso, naturalmente erano presenti anche le Fate molto amate dalla popolazione locale per via della loro bontà ...

E mentre la sovrana recitava la preghiera allo Spirito creatore di tutte le cose, predissero a ella che presto avrebbe generato il terzo figlio poi facendo tintinnare i loro campanellini eseguirono l'incantesimo necessario a realizzare l'evento...
Mohar con un sussurro imbarazzato le ringraziò, rinnovando loro l'invito a rincontrarsi in occasione della nascita del figlio ...Poco tempo dopo difatti scopri di essere incinta e con gran gioia annunciò allo sposo la bella notizia.Dopo qualche mese durante una notte ove l'alito del vento sibilando faceva stormire le foglie sui rami e il luccicchio delle stelle era nascosto alla vista d'ognuno a causa della presenza di grossi banchi di nuvole che rendevano l'armosfera del posto inquietante e misteriosa venne al mondo il tanto sospirato figlio maschio a cui fu posto il nome di Jahir ...Bisogna sapere che a quell'epoca una nascita reale rappresetava il plus ultra delle scarse putroppo occasioni mondane,dunque fu accolta nel paese e interpretata come una benedizione divina ...

Si riaprirono per ciò le porte del castello a ogni abitante della valle compresi gli gnomi ,l'elfi e le fate
Ognuno portava con sè un dono pure i poveri non si erano presentati a mani vuote
Le fate e gli spiriti del bosco s'inchinarono per ultimi innanzi alla culla del neonato, la fata dei fiori fece dono della Bellezza, quella delle acque della perpetua giovinezza infine la fata del cielo stava per porgere il suo presente quando la strega del vicino villaggio fece non invitata da alcuno il suo ingresso e minacciosa si rivolse con voce stridula all'infante ...

"Crescerai bello, sano e forte, benvoluto e ammirato da tutti fino alla data del tuo quindicesimo compleanno per nessun motivo potrai cogliere le rose che circondano la caverna del Dragone, se non ubbidirai morirai e niente potrà salvarti ..."

Detto fatto svani avvolta da una nuvola di fumo nerastro...La fata del cielo per attenuare il maleficio fece dono al fanciullo dell'immortalità non poteva annullare del tutto la potenza del sortilegio ma almeno ridurne i malefici effetti...Sgomenta tutta la corte cercava di confortare i sovrani il quale attoniti fissavano ancora il punto in cui la malvafia stega era sparita...
Passarono gli anni e il principe come predetto crebbe bello, saggio e buono, amava molto gli animali e si dedicava con impegno alla coltivazione di piante officinali da cui ricavava unguenti e tisane per curare la sua gente ... Il re aveva dato ordine di recidere tutte le rose coltivate nei viali e nei giardini del Regno, cercando in tal maniera di salvare il figlio dal malefico incantesimo gettato dalla strega. Venne purtroppo il giorno del suo quindicesimo genetliaco e stranamente quella mattina il ragazzo si sentiva triste non c'era un motivo plausibile a questo stato d'animo quando si ritrovò a imboccare il sentiero per il bosco e a un certo punto osservando i vividi riflessi dell'aurora ricamare archi di luce tra i rami degli amberi secolari si senti afferrare da un un spiegabile sensazione di smarrimento, era come se improvisamente avesse perso la cognizione del tempo e dello spazio e ogni cosa stava li inerte,compresa la soffice brezza che solitamente disegnava leggere onde tutti'intorno...

Nel frattempo, giunto alle soglie della caverna rimase estasiato alla vista delle splendide rose dalle intense tonalità e fragranze che rigogliose crescevano nelle vicinanze "Oh quanta bellezza , esclamò stupefatto ! Chissà forse potrei coglierne qualcuna e portarla con me
di certo la mia augusta madre e le mie dolci sorelle ne sarebbero felici "
e prontamente s'apprestò a metter in atto il suo proposito..
Ma non appena la sua mano venne a contatto con i petali del fiore , egli cadde al suolo e in apparenza morto,però visto che gli era stato concesso il dono dell'immortalità era soltanto sprofondato in un lungo sonno...

Frattanto a corte il Re e la Regina accortisi della scomparsa del figliuolo avevano allertato le guardie per andarlo a cercare ...Dopo molte ore fu ritrovato esanime con la rosa ancora stretta nel palmo
Fu interrogato l'oracolo delle rocce e dei silenti muschi,in modo da trovare un antidoto al sortilegio e il vecchio saggio attingendo a tutti i suoi poteri cosi profetizzò:"Dovete entrare nella caverna del Grande Dragone e rapire una scaglia della sua corteccia, infine sfregarla sulle dita offese
in tal maniera vostro figlio si desterà non ricordando più nulla di quanto oggi accaduto e sarà immune all'incantensimo a lui rivolto...

Ezhel udito il responso senza esitazione si apprestò a varcare l'ingresso della spelonca , fortunatamente il Dragone dormiva, lesto sfilato lo stiletto che portava infisso nella cintura velocemente tagliò la preziosa scaglia e in gran fretta usci dal buio anfratto...Per fortuna il Grande Drago non si era destato altrimenti si che sarebbero stati guai seri e raggiunto il luogo in cui il principe giaceva addormentato,vigorosamente passò la scaglia sui suoi polpastrelli -aprendo gli occhi il giovine si meravigliò di tutta quella moltitudine radunata li...

Naturalmente non ricordava nulla di quanto successo e abbracciando i genitori si accorse di tenere ben salda dentro al pugno, una meravigliosa rosa corallina con tono solenne rivolgendosi alla Regina,disse:
"Madre ho colto questo fiore a me sconosciuto per fartene omaggio in questo posto ce ne sono tantissimi
desideravo prenderene qualcuno per piantarlo nei giardini reali affinchè tutti possano ammirarne labellezza e avvertirne l'aroma ...

La Regina commossa rispose :
"Prendine pure quante ne desideri Figlio mio e sia premiato il tuo buon cuore poichè hai sempre un pensiero gentile per tutti e le tue azioni sono rivolte al bene del nostro popolo coltiverai tu stesso queste soavi corolle ...

Da oggi sarai conosciuto come Il Principe delle rose il quale saranno l'emblema del nostro regno ogni Primavera al loro sbocciare, ricorderemo questo giorno lieto e in compagnia dello sposo e dei figli lentamente s'avviò in direzione del maniero spargendo petali di rosa per i dintorni - felice....

La sposa del mare



Si narra che tantissimi anni or sono al di là del mondo all'epoca conosciuto,esattamente ubicata oltre le colonne d'ercole si trovasse un isola felice ...
La popolazione quasi interamente composta da pescatori e saggi viveva pacificamente ,attendendo con laboriosità e solerzia alle attività quotidiane: dovete sapere infatti che questa terra era stata benedetta dal Signore di tutte le cose e si distingueva dalle isole limitrofe per la grande bellezza, essendo quasi totalmente circondata da un mare cosi terso che fedelmente rispecchiava la purezza del cielo sovrastante...
Onde spumose si inanellavano dolcemente sulla spiaggia dorata a lambirla con tenere carezze di schiuma e lussureggianti palmizi donavano ombrosa frescura a chi di li passava; sia fosse un forestiero in visita o un indigeno intento a godere con attonito stupore di tutto quell'incanto generosamente elargito dagli Dei ...
Ecco era proprio un oasi tranquilla e stupendi palazzi dove vivevano i grandi saggi accentuavano la magia e la perfezione di quel luogo dove lo scorrer delle ore trascorreva sereno scandito solo dai gridi dei gabbiani intenti a sorvolare la spiaggia deserta in cerca di cibo ...In quest'angolo di terra sconosciuto ai più viveva kahan il gran sacerdote capo di tutti i saggi e consigliere dell'impero del popolo della terraferma il quale vedovo da parecchi lustri,abitava con la bellissima figlia Narizen in uno degli edifici più belli dell'isola ...
La ragazza di indole mite e piuttosto malinconica aveva l'abitudine di recarsi almeno due volte al giorno in riva al mare per ammirare il nascer del giorno stagliarti sopra la linea dell'orizzonte con i colori rosati d'aurora e il corallo rosso cupo tracciato sui morbidi cerchi dell'acqua nell'ora del crepuscolo...
Solitamente occupava questo spazio di tempo libero a lei concesso magnanimamente dal padre raccogliendo conchiglie con cui poi si dilettava a intrecciare collane e altri monili oppure a meditando immersa in quell'atmosfera incantevole
ove con spaziando con la fantasia si sentiva libera di librarsi in altre dimensioni ...
E fu appunto durante uno di questi momenti per lei unici e irripetibili mentre attenta ascoltava l'incessante respiro dell'acqua rifrangersi in echi dal guscio di conchiglia raccolto un attimo prima che Zahrec re del popolo sommerso la vide rimanendo istantaneamente abbagliato da tanta gentile soavità. Infatti la fanciulla sedeva apparentemente estranea al posto in cui si trovava, sulla battigia e il vento dolcemente soffiava sui suoi neri capelli scompigliandoli in morbidi riccioli attorno al viso dall'ovale perfetto, ella indossava quel di una candida tunica modellata armoniosamente attorno al corpo di cui si poteva indovinare la grazia flessuosa delle forme.
In cuor suo Zahrec decise che sarebbe diventata la sua sposa e si avviò a passo svelto incontro a quella figuretta che tanto aveva colpito la sua attenzione ...
Temeva di spaventarla avvicinandosi troppo e per dir la verità si sentiva enormemente imbarazzato, ma fu lei a invitarlo con un' espressione talmente dolce contenuta nei grandi occhi chiari- quasi un tacito assenso a osare ....
Era avvenuto un miracolo che poche volte si verifica nel corso di un' intera esistenza, una magica empatia che per comodità definiremo amore a prima vista ...
Fu cosi che pochi giorni dopo il Re chiese la mano della giovinetta al padre che molto onorato e contento per l'avvenire senz'alcun ombra di dubbio, luminoso della figlia prontamente gliela accordò .
I due giovani profondamente innamorati in breve si sposarono e andarono a vivere sul fondo dell'oceano. Niente intaccava la loro felicità e la vita trascorreva lieta tra feste e danze fino al malaugurato giorno in cui un araldo portò l'atroce notizia ...
Era scoppiata la guerra e il re doveva partire in soccorso dei suoi alleati , fu allestita la flotta reale e la regina stessa si recò a salutare il marito prima che salisse sulla nave ammiraglia , la più bella e grande della flotta....
"Và sposo mio e torna presto perchè io senza te moriro'!
Queste le sue parole bagnate dalle lacrime, prima di veder le vele della nave sparire sfumando nelL'azzurro ...
Tornando sola verso la reggia sentiva muover dentro se, uno strano presentimento: che quella sarebbe stata la loro ultima volta insieme e non lo avrebbe più rivisto...
Ad ogni alba andava sulla riva per osservare tra un battito e l'altro del suo cuore se per caso le navi fossero di ritorno ...
Questo per parecchi anni, finchè una mattina poco prima dell'alba giunse la triste notizia della morte dell' amato sposo e del suo equipaggio inghiottiti da una violenta tempesta sulla via del ritorno ...
Per un istante tutto si fermo' intorno a lei .. No.. Non poteva essere e correndo raggiunse il punto dove si era verificato il loro primo incontro, disperata voleva gettarsi in tra i marosi onde raggiungere il suo amore .. Però il Signore di tutte le cose ebbe pietà del suo dolore e le concesse di esprimere un desiderio...

"Non posso far rivivere il tuo sposo nè concederti la morte per riunirti a lui, poichè non è ancora venuto il tuo tempo le disse apostrofandola con dolcezza...
Ma posso esaudire qualsiasi altra cosa tu scelga: quindi decidi ora.."

"Se possibile Suprema entità vorrei trasformarmi in onda, in modo da esser sempre congiunta a colui che amai più di me stessa" ...
E sia sarai onda in perpetuo moto dell'oceano e siccome il tuo amore è stato grande ogni anno su questa spiaggia nella prima notte di plenilunio il tuo sposo e tu stessa prenderete nuovamente sembianze umane in modo da potervi riabbracciare..
Però ricordati questo avverrà solamente il tempo di un moto di brezza, poi lui tornerà nella casa dell'eterno splendore e tu sarai lieve spuma a delineare l'apice dell'onda.. Questa è la mia volontà! Da tutti sarai conosciuta come Narizen la sposa del mare, poichè tale vastità ebbe il tuo sentimento e adesso vai dovunque l'inquieto soffio del vento ti spinga. Finchè l'era di questa terra non finirà ...

Da allora vaga l'onda in incessante moto aspettando l'istante designato
per vedere ancora una volta il suo amore -perduto tra i flutti.

L’Angelo Custode




L’Angelo Custode

I primi raggi del sole della mattina, filtrando dalle persiane chiuse, illuminavano un poco il letto nel quale Giacinta aveva passato un'altra di quelle terribili notti di sofferenza.
La mamma si era appisolata sulla sedia in fondo al letto e Giacinta chiamandola piano piano la sveglia.
Ora vai mammina cara, vai a riposare nel tuo letto, io sto meglio
La mamma aprì gli occhi e senza neanche una parola si trascinò nella sua stanza… era veramente distrutta da quella vita.
Giacinta tirò fuori del cassetto del comodino, il libro che le aveva regalato la sua amica Elena. Il libro parlava d’Angeli.
Cominciò a divorare letteralmente le pagine di quel libro rifugiandosi in un mondo fantastico dove le misteriose creature erano protagoniste d’incredibili vicende,
sempre accanto alle persone che avevano bisogno d’aiuto. Un intero capitolo di questo libro era dedicato alla loro evocazione.
Preghiere e nomi d’Angeli scorrevano sotto gli occhi di Giacinta che non vedeva l’ora di imparare come fare per farsi aiutare da uno di loro, non ne poteva più delle sofferenze che quel male le causava.
Nel pomeriggio aveva già finito di leggere il libro e quando Elena tornò per giocare un po’ con la sua amica del cuore gli Angeli furono il tema dei loro discorsi d’adolescenti e se li immaginavano giovani e belli.
Nella notte che venne, Giacinta stava bene e non aveva voluto che la mamma le stesse accanto, ma ella non se n’andò tranquilla a dormire in camera sua, prima d’averle acceso sul comodino una radio babysitter, per ascoltare la figlia anche di notte.
Quando Giacinta fu sola nella stanza cominciò a pronunciare le evocazioni e tutte le preghiere contenute nel libro… passava il tempo e nulla accadeva.
Giacinta si cominciò a sentire male e sapeva che le stava venendo un'altra delle sue crisi, allora per non svegliare la mamma spense la trasmittente della radio babysitter, piangeva, stava perdendo la fiducia che l’aveva animata fin li, ma continuava a ripetere le preghiere del libro.
La mattina portava i suoi tiepidi raggi di sole attraverso le finestre e la mamma che dormiva ancora, fu svegliata dalla radio che con un insistente bib bib stava segnalando l’esaurimento delle batterie.
Chiamò Giacinta, ma non ottenne risposta.
La trovò nel letto con il libro aperto, accanto.
Aveva un volto sereno.
Toccandola, capì con disperazione che se n’era andata nella notte e la strinse a se e la chiamò e la strinse ancora…
"Perché Giacinta te ne sei andata così " le diceva.
Sentì di nuovo il bip bip della radio che aveva posato lì vicino entrando in camera, e ad un certo punto da questa udì chiaramente la voce di Giacinta che la chiamava. "Mamy, non piangere " le diceva. "Io ora sto bene, non soffro più; non aver pena, ho chiesto io di non soffrire più così e sono stata esaudita."
Mentre sentiva queste parole, un raggio di sole iniziò a colorarsi d’arcobaleno e i puntini di quest’arcobaleno formarono una figura, un giovane bello come non si era mai visto, teneva per mano la giovane Giacinta che sorridendo alla mamma, continuava a parlare per mezzo della radio
"Questo è il mio Angelo custode ed è venuto a prendermi, ora è tempo di andare, ma tu vivi… non lasciare che il rimpianto sia l’unico suono della tua vita, ma colorala con un arcobaleno di motivi, perché un giorno ci rivedremo e quel giorno sarò orgogliosa della mia mamma"
L’immagine si dissolse nell’aria fresca della mattina e l’arcobaleno volò fuori della finestra lasciando il solito bip di richiamo nella radio.
La mamma, prese il libro che era accanto a Giacinta e nella pagina aperta c’era l’immagine dell’angelo che aveva visto con sua figlia e sotto scritto:
Non temere di essere sola mamma, tu sei stata un Angelo per me fino ad ora, ma non perdere mai la fede che questo è vero…sei ancora Angelo…le mamme lo sono. Giacinta

L'Angelo d’Andersen


L'Angelo d’Andersen

Ogni volta che un bambino buono muore, scende sulla terra un angelo del Signore, prende in braccio il bimbo morto, allarga le grandi ali bianche e vola in tutti i posti che il bambino ha amato; poi coglie una un po’ di fiori, che porta a Dio, affinché essi fioriscano ancora più belli che sulla terra.
Il buon Dio tiene i fiori sul suo cuore, ma a quello che ha più caro di tutti dà un bacio, e questo riceve la voce e può cantare nel coro dei beati.
Tutto questo era raccontato da un angelo del Signore mentre portava un bambino morto in cielo, e il bambino lo sentiva come un sogno; e volavano per la casa, nei luoghi dove il bambino aveva giocato, e poi nei deliziosi giardini pieni di fiori bellissimi.
"Quale dobbiamo prendere da piantare in cielo?" chiese l’angelo.

Nel giardino si trovava un alto roseto, ma un uomo cattivo aveva spezzato il fusto, così tutti i rami pieni di grandi gemme sbocciate a metà, si erano piegati e appassivano.
"Povera pianta", disse il bambino, "prendi quella, così potrà fiorire vicino a Dio".
E l’angelo raccolse quella pianta, e diede un bacio al bambino, così egli aprì un po’ gli occhietti. Colsero quei magnifici fiori, ma presero anche la disprezzata calendula e la selvatica viola del pensiero.
"Adesso abbiamo i fiori", disse il bambino, e l’angelo annuì, ma ancora non volarono verso Dio. Era notte e c’era silenzio; rimasero nella grande città e volarono in una delle strade più strette, dove si trovava un mucchio di paglia, cenere e spazzatura: c’era stato un trasloco, e dappertutto c’erano pezzi di piatti, schegge di gesso, cenci e roba scartata.
E l’angelo indicò, in tutta quella confusione, alcuni cocci di un vaso di fiori; lì vicino c’era una zolla che era caduta fuori dal vaso, ma che era rimasta compatta a causa delle radici di un grande fiore di campo appassito, che non valeva più nulla e per questo era stato gettato via.
"Portiamolo con noi!", disse l’angelo, "poi, mentre voliamo, ti racconto perché".
E così volarono e l’angelo raccontò:
"Laggiù, in quella strada stretta, in un seminterrato, viveva un povero ragazzo ammalato; fin da piccolo era rimasto sempre a letto, quando proprio si sentiva bene poteva camminare per la stanza con le stampelle, ma non poteva fare altro. In certi giorni d’estate i raggi del sole arrivavano per un mezz’ora nella stanzetta del seminterrato, allora il ragazzino si metteva seduto a sentire il caldo sole su di lui e guardava il sangue rosso che scorreva nelle sue dita sottili che teneva davanti al viso. In quei giorni si poteva dire: “Oggi il piccolo è uscito!” Il ragazzo conosceva il verde primaverile del bosco solo perché il figlio del vicino gli portava il primo ramo di faggio con le foglie, e lui se lo alzava sul capo e sognava di trovarsi sotto i raggi del sole che splendeva e gli uccelli che cantavano. Un giorno di primavera il figlio del vicino gli portò anche dei fiori di campo, e tra questi ce n’era per caso uno ancora con le radici: perciò fu piantato in un vaso e messo sulla finestra vicino al letto.
Il fiore, piantato da una mano amorevole, crebbe, mise nuovi germogli e ogni anno fiori. Questo divenne il paradiso meraviglioso del ragazzo, il suo piccolo tesoro sulla terra. Lo bagnava e lo curava e si preoccupava che ricevesse anche l’ultimo raggio di sole che penetrava dalla bassa finestrella; e il fiore cresceva anche nella fantasia del ragazzo perché fioriva per lui, per lui emanava il suo profumo e gli rallegrava la vita. E quando il Signore chiamò il ragazzo, egli si volse, morendo verso quel fiore.
Da un anno ormai è presso Dio, e per un anno intero il fiore è rimasto abbandonato sulla finestra ed è appassito. Per questo è stato gettato tra la spazzatura durante il trasloco. E proprio quel fiore, quel povero fiore appassito noi l’abbiamo messo nel nostro mazzo, perché quel fiore ha portato più gioia che non il più bel fiore del giardino reale".
"Ma come mai sai tutte queste cose?" domandò il bambino che l’angelo portava in cielo.
"Le so perché io stesso ero quel povero ragazzo malato che camminava con le stampelle!" spiegò l’angelo. "E conosco bene il mio fiore!".
Il bambino spalancò gli occhi e guardò il viso bello e felice dell’angelo; in quel momento giunsero in cielo, dove c’era gioia e beatitudine. Dio strinse al cuore il bambino morto e subito gli spuntarono le ali, come all’altro angelo, e insieme volò via, tenendosi per mano.
Poi Dio strinse al cuore il mazzetto di fiori e baciò quel povero fiore di campo appassito, che subito ebbe voce e cantò con tutti gli angeli che volavano intorno a Dio: alcuni vicinissimi, altri in grandi cerchi intorno a Lui, e altri ancora molto più lontani, nell’infinito, ma tutti ugualmente felici. E tutti cantavano, piccoli e grandi, anche il bambino buono e benedetto, e quel povero fiore di campo che era appassito ed era stato gettato nella via stretta e buia, tra la spazzatura di un trasloco.