30.11.09

Carlo Collodi

Carlo Collodi
Collodi, Carlo (alias Carlo Lorenzini)

Carlo Collodi nasce a Firenze nel 1826 con il nome di Carlo Lorenzini:
Collodi non è altro che il nome del paese di cui era originaria la madre
(all'epoca il paese Collodi era in provincia di Lucca, a partire dal 1927 è in provincia di Pistoia).
Abbracciando le idee mazziniane, partecipa alle rivolte risorgimentali del 1848-49.
Egli trova la sua vera strada quando, già avanti con l'età, si dedica alla letteratura per l'infanzia. Come funzionario al servizio dello stato unitario appena formato, inizia con la traduzione dei racconti delle fate di Perrault, per poi lavorare a vari libri pedagogici per la scuola.
Dopo Giannettino (1875) e Minuzzolo (1877)
scrive il suo capolavoro Le avventure di Pinocchio, che apparvero per la prima volta sul Giornale dei bambini nel 1881, con il titolo La storia di un burattino facendole terminare con il quindicesimo capitolo

Fedro

Fedro

Fedro è stato un favolista latino del I secolo d.C. Nativo della Macedonia, fu liberto di Augusto; poi sotto Tiberio subì le persecuzioni dei Seiano, che si era sentito colpito da qualcuna delle favole di più chiaro tono satirico; evidentemente riuscì a cavarsela; poiché continuò a scrivere fino al regno di Claudio.

Fedro introdusse nella poesia latina il genere della favola, riprendendo le favole esopiche cercando di adattarle all'ambiente romano. La sua opera non va però considerata come semplice rielaborazione di quella esopica. Invenzione di Fedro sono gli aneddoti storici, le novelline e i racconti allegorici. L'accento pessimistico che colora la semplicità e la naturalezza dei suoi senari giambici è personalissimo. Nel prologo del I libro (dei 5 da lui scritti) l'autore afferma che lo scopo dell'opera è duplice: stimolare il sorriso e dare ammaestramenti morali.

J.de La Fontaine

J.de La Fontaine
Prodotto dell'immaginario collettivo, partecipe di un fondo comune di conoscenze immediate, risalente probabilmente a un modello orientale, la favola si codifica in testi redatti sia in prosa sia in versi con finalità a carattere morale-didascalico, pertanto la sua trama non si esaurisce nella vicenda narrativa, ma vuole piuttosto evidenziare un messaggio di ordine etico, giacché assai spesso gli scrittori se ne valsero in rapporto a un contesto politico-sociale corrotto, da biasimare. Ed è proprio grazie a Jean De La Fontaine che la favola conosce il proprio momento d'auge in Europa durante il '700...

Esopo
Esopo è stato un favolista greco del VII o VI sec, a. C., della cui vita pochissimo ci è noto. Probabilmente frigio di nascita, fu dapprima schiavo: poi, liberato da Xanto, compì numerosi viaggi. Una leggenda narra che, incaricato da Creso, re di Lidia, di portare offerte ad Apollo Delfìco, fu profondamente sdegnato dalla corruzione dei sacerdoti del tempio. Essi per vendicarsi nascosero tra i suoi abiti una coppa d'oro accusandolo poi di averla rubata: gli abitanti di Delfo lo condannarono per questo ad essere gettato dalla rocca Jampea. Un'altra leggenda lo dice gobbo e balbuziente. Esopo, dallo spirito argutissimo e geniale, compose numerose favole, spesso riferite agli animali, ma con trasparenti allusioni al mondo degli uomini. Le redazioni a noi giunte delle favole di Esopo sono dell'età ellenistica: si tratta di 400 favole brevi e di stile sobrio, concluse da una breve morale. I personaggi sono per lo più animali, ma anche uomini e dèi, o piante. Fra i maggiori imitatori delle favole esopiche furono Fedro e La Fontaine. La grande fama di Esopo e dei suoi protagonisti è dovuta alla semplicità e freschezza di efficacia educativa, dai temi perennemente vivi delle favole che riflettono la sapienza morale del popolo ma anche dalla forma allegorica.

Charles Perraut

Charles Perraut
La sua fama è legata a I racconti di mia madre l'Oca (Contes de ma mère l'Oye, 1697).
Si tratta di undici racconti di fate, otto in prosa e tre in versi, comprendenti alcuni dei più famosi e splendidi esempi di letteratura:

La bella addormentata nel bosco (La belle au bois dormant)
Cappuccetto Rosso (Le petit chaperon rouge)
Barba blù (Barbe bleue)
Il Gatto dagli stivali (Le chat botté )
Cenerentola (Cendrillon)
Pelle d'Asino (Peau d'âne)

Con questi racconti Perrault inaugurò un genere letterario, la fiaba, che non aveva in Francia precedenti letterari. I soggetti, ripresi dalla tradizione orale della favolistica popolare, raggiungono con lui una perentoria evidenza d'arte, per la perfetta semplicità e naturalezza dello stile che possiede una prodigiosa sobrietà .
Le sue fiabe sono divenute dei classici della letteratura per l'infanzia.

FRATELLI GRIMM

FRATELLI GRIMM

Jakob Ludwig Karl Grimm nacque a Hanau nel 1785 (morì a Berlino nel 1863).
Professore di lettere antiche e bibliotecario di Gottinga, fu destituito nel 1837 a causa delle sue idee liberali. Nel 1840 Friedrich Wilhelm IV lo chiamò a Berlin.
Con il fratello Wilhelm Karl (1786\1859), pubblicò una raccolta di Saghe tedesche (Deutsche Sagen, 1816-1818) e una di Fiabe (Kinder und Hausmärchen, 1812-1822), riprese dalla viva voce del popolo.
Sono testi orali, che spesso riprendono motivi di altri paesi.

Le due raccolte di saghe e fiabe ebbero vasta risonanza.
Biancaneve e i sette Nani
Pollicino
Hansel e Gretel
Riccidoro e i Tre Orsi

FIABE ANDERSEN

Il senso dietro la "fiaba"

"Adesso era felice di avere sofferto pene e travagli, perché lo avevano reso capace di godere pienamente dei piaceri e della gioia che lo circondava; perché ora i grandi cigni nuotavano intorno al nuovo venuto, e gli carezzavano il collo con i loro becchi, porgendogli il benvenuto". Il Brutto Anatroccolo.


FIABE ANDERSEN (Hans Christian)

La vita, le opere e le fiabe di Hans Christian Andersen.
Scrittore danese, famoso per le sue favole solo apparentemente destinate al pubblico dei più piccoli e rivolte, invece, anche agli adulti. La sua produzione è caratterizzata da una scrittura colloquiale e apparentemente ingenua, che vela i sofisticati insegnamenti morali delle sue favole.
Prima di ottenere il successo come romanziere e commediografo, Andersen studiò da attore e da cantante. Molti dei suoi racconti descrivono personaggi che trovano la felicitá dopo essere passati attraverso sofferenze e conflitti, come Il Brutto Anatroccolo e La Sirenetta, due tra le opere più famose dello scrittore.
Hans Christian Andersen nacque nei bassifondi di Odense, in Danimarca. Suo padre, Hans Andersen, era un povero calzolaio convinto di avere origini aristocratiche; la madre, Anne Marie Andersdatter, faceva la lavandaia. Per nulla colta e molto superstiziosa, rappresentó per il figlio il contatto col mondo del folklore e del mistero fiabesco. Divenne alcolizzata e morí nel 1883 in una casa di riposo per anziani indigenti. Si dice che la sorellastra di Andersen, Karen Marie, per qualche tempo visse come prostituta. Contattó il fratello solo un paio di volte, prima di morire nel 1846.

Da piccolo Andersen ricevette un'istruzione superficiale. Bimbo piuttosto emotivo, era soggetto ad ogni tipo di paure e, a causa della sua altezza, sproporzionata per l'età, e dei suoi interessi "effeminati" veniva spesso preso in giro dai compagni di scuola. Incoraggiato dai genitori, già da piccolo componeva le sue prime favole per sé stesso ed inscenava spettacoli di marionette. Suo padre amava la letteratura e lo portava spesso a teatro. "Mio padre esaudiva tutti i miei desideri", scrisse Andersen in The True Story of My Life (1846).
"Io ero completamente padrone del suo cuore, egli viveva per me. La Domenica mi fabbricava stereoscopi, teatrini e quadri, mi leggeva dei passi dalle commedie di Holberg e dai Racconti Arabi. É solo in quei momenti che posso dire di averlo visto davvero felice, perché non era mai stato soddisfatto della sua vita di artigiano."

Nel 1816 il padre morí e Andersen fu costretto ad iniziare a lavorare. Fu apprendista presso un sarto tessitore e, in seguito, in una fabbrica di tabacco. Anche stavolta il suo aspetto e i suoi modi furono presi di mira: una volta i suoi colleghi gli calarono i pantaloni perché sopettavano che fosse una ragazza.
Quando compì quattordici anni Andersen si trasferí a Copenhagen, per iniziare la carriera di cantante, attore e ballerino – aveva una bellissima voce da soprano. I successivi tre anni furono pieni di difficoltá, ma trovò lo stesso dei sostenitori che gli spianarono la strada, riuscendo a diventare membro del Royal Theater.
Quando, infine, qualcuno lo chiamó casualmente poeta, scatenó in lui un cambiamento di piani: "Mi trapassó l'anima ed il corpo, e gli occhi mi si riempirono di lacrime. Sapevo che, da questo momento, la mia mente si era risvegliata alla scrittura e alla poesia." Cominció quindi a scrivere commedie, le quali vennero, però, puntualmente rifiutate.

Nel 1822 Jonas Collin, uno dei direttori del Royal Theater ed influente ufficiale del governo, diede una donazione ad Andersen per permettergli l'ingresso alla scuola di letteratura di Slagelse.
Visse nella casa del preside Meisling, il quale era infastidito da questo studente ipersensibile di cui provó a temprare il carattere. In mezzo ad un gruppo di allievi molto più giovani – avevano più o meno tutti undici anni - Andersen, che era di sei anni piú vecchio e aveva un aspetto piuttosto curioso (naso molto lungo e occhi ravvicinati) spiccava decisamente, attirando su di sé attenzioni non volute. Grazie ad un corso di lezioni private che Collin organizzó nel 1827 appositamente per lui, fu in seguito ammesso all'universitá di Copenhagen, presso la quale completó gli studi.

Nel 1828 scrisse un racconto di viaggio, Fodreise fra Holmens Kanal Til Østpynten af Amager, una storia fantastica nello stile dello scrittore romantico tedesco E.T.A. Hoffmann, pubblicò il poema The Dying Child in un giornale di Copenhagen e il Royal Theater produsse, nel 1829, un suo dramma musicale.
Phantasier og skisser, una collezione di poesie, vide la luce quando Andersen si innamorò di Riborg Voigt, segretamente fidanzata con il figlio del farmacista locale. "Aveva un adorabile volto, come quello di una bambina, ma i suoi occhi erano vivaci e pensierosi, marroni e vividi" ricorda Andersen in The book of my life. Riborg sposò il figlio del farmacista, Poul, nel 1831, e quest'epilogo si rivelerà per lo scrittore una terribile delusione d'amore, che lo accompagnerà per tutta la vita: una sacca di pelle contenente una lettera della donna fu trovata al collo dello scrittore quando morí. Anche Evard, il figlio di Jonas Collin, ed Henrik Stempe furono, negli anni intorno al 1840, oggetti degli innamoramenti, mai concretizzati, dello scrittore.
"Vorrei davvero essere morto", disse Andersen ad uno dei suoi amici nel 1831, esprimendo non solo i suoi sentimenti riguardo alla storia d'amore non riuscita con Riborg, ma citando anche le parole di Werther dall'omonimo romanzo di Goethe del 1774. Andersen non incontró mai Goethe, ancora vivo quando fece il suo primo viaggio in Germania, visita che ispiró uno dei suoi numerosi racconti di viaggio.
Dal 1831 in avanti viaggió molto in Europa, e rimase un appassionato viaggiatore per il resto della vita, traducendo in racconti le impressioni che ogni luogo lasciava su di sé: scrisse racconti sulla Svezia, l'Italia, la Spagna, il Portogallo ed il Medio Oriente. Durante i suoi viaggi incontró, tra gli altri, Victor Hugo, Heinrich Heine, Balzac, e Alexander Dumas; dedicó A poet's day dreams (1853) a Charles Dickens, che aveva incontrato a Londra nel 1847. E a Roma incontrò il giovane scrittore norvegese Björnson.

Il primo lavoro che rese famoso Andersen come romanziere fu L'improvvisatore (1835). Ambientato in Italia, racconta la vicenda autobiografica dell'integrazione di un ragazzo povero nella società del tempo, un tema simile a quello del Brutto Anatroccolo e della scoperta di sé al quale Andersen sarebbe tornato in molti dei suoi lavori. Il libro ottenne un successo internazionale mentre l'autore era ancora in vita e rimase il più diffuso di tutti i suoi lavori. E.B. Browning scrisse affettuosamente al futuro marito descrivendo il romanzo, e dedicò la sua ultima poesia allo scrittore danese, nel 1861, poco prima della morte. Solo un violinista (1837), altro romanzo di Andersen, fu invece duramente criticato dal filosofo Søren Kierkegaard nel suo libro Af En endnu Levendes Papirer (1838, Dalle carte di uno ancora in vita), in cui scrisse: "La lotta priva di gioia che costituisce la vera vita di Andersen ora si ripete nei suoi scritti." Poco più tardi Andersen si vendicò con la commedia En Comedie i det Grønne (1840), che aveva un filosofo impacciato tra i protagonisti.

La fama di Andersen è dovuta principalmente alle sue Favole e Storie, scritte tra il 1835 ed il 1872. Favole, narrate per bambini apparve in un piccolo libretto a buon mercato nel 1835. In questa e nelle collezioni successive, pubblicate ogni Natale, Andersen aveva iniziato ispirandosi alle storie che aveva sentito da bambino ma traendone racconti originali. Il terzo volume, pubblicato nel 1837, conteneva La Sirenetta e I vestiti nuovi dell'Imperatore. Tra le altre favole più note di Andersen troviamo Il brutto anatroccolo, Piccolo Claus e Grande Claus, La Principessa sul pisello, La Regina delle Nevi, L'usignolo e Il soldatino di latta.
Con i suoi lavori, ispirati alla grande tradizione delle Mille e una Notte da una parte ed ai Racconti del Focolare dei Fratelli Grimm dall'altra, divenne definitivamente noto come il padre della favola moderna.

Andersen esplorò nuove possibilità narrative, sia nello stile che nel contenuto, ed utilizzò idiomi e costruzioni della lingua parlata in un modo nuovo per la letteratura danese a lui contemporanea. In un periodo in cui le favole erano principalmente didattiche, egli introdusse l'ambiguità, diede voce a personaggi che spesso avevano un ruolo marginale, come i bambini e gli emarginati, che nei suoi racconti hanno la funzione di amplificare il pensiero di Andersen sulle questioni morali: ‘“ Ma è nudo!”, disse infine un bambino.”

L'identificazione di Andersen con gli emarginati e i meno fortunati rendeva le sue favole particolarmente avvincenti. Alcune delle sue storie rivelavano un'ottica più che ottimista nel trionfo del bene, come La Regina delle Nevi e Il brutto anatroccolo, ed altre mancavano di lieto fine, come La piccola fiammiferaia.
Con La Sirenetta, una delle opere più note dello scrittore, Andersen esprime il desiderio di una vita normale, che lui non aveva mai avuto la possibilità di vivere. Nella favola la più giovane di sei principesse/sirene desidera ardentemente visitare la terraferma, nonostante fosse vietato agli abitanti degli abissi. Ma la realizzazione del suo desiderio diviene, alla fine, causa di grande dolore:

"Sapeva che quella era l'ultima sera in cui avrebbe visto colui per il quale aveva abbandonato il suo popolo, la sua casa, la sua voce straordinaria, ed aveva sofferto quotidianamente un tormento senza fine - e lui non ne aveva idea. Questa era l'ultima notte nella quale avrebbe respirato la sua stessa aria, o ammirato il mare profondo o il cielo stellato. Una notte eterna senza sogni l'attendeva, perchè lei non aveva un'anima e non poteva guadagnarne una." (trad. L.W. Kingsland).

Le favole di Andersen furono tradotte in tutta Europa, con ben quattro edizioni pubblicate in Inghilterra solo nel 1846. I suoi lavori influezarono, tra gli altri, Charles Dickens (A Christmas carol in prose, The Chimes, The cricket on the hearth The haunted man and the ghost's bargain), Willam Thackeray e Oscar Wilde (The happy Prince, The nightingale and the rose, The fisherman and his soul), C.S. Lewis, Isak Dinesen, P.O. Enquist, la cui commedia, Rainsnakes, era incentrata su Andersen, Cees Noteboom, e molti altri scrittori. Elias Bredsdorf lamentò nel suo libro Hans Christian Andersen: The story of his life and work (1975), che le favole di Andersen erano state edulcorate e travisate dai traduttori britannici dell'epoca vittoriana.

L'ultimo amore non corrisposto di Andersen fu la cantante svedese Jenny Lind, che incontrò per la prima volta nel 1840. Jenny era la figlia illegittima di una direttrice scolastica. Secondo le sue parole, all'età di nove anni era una "brutta ragazzina con un gran nasone, timida e impacciata, e del tutto sottosviluppata." All'età di diciotto anni esordì come cantante con una potente voce di soprano. Il brutto anatroccolo divenne, tra le fiabe Andersen, la preferita di Jenny, e L'usignolo è considerato un tributo alla cantante, soprannominata "l'usignolo svedese".
"Addio," gli scrisse nel 1844, "Dio benedica e protegga il mio fratello come desidera la sua devota sorella, Jenny". Andersen non si sposò mai.

Tra il 1840 ed il 1857 Andersen intraprese viaggi attraverso l'Europa, l'Asia Minore e l'Africa annotando impressioni ed avventure in numerosi diari di viaggio. Scrisse e riscrisse le sue memorie, La favola della mia vita, ma l'edizione di riferimento è considerata quella del 1855. Durante i suoi viaggi lo scrittore si sentiva più rilassato e poteva prendersi più libertà di quando si trovava a Copenhagen, dove tutti lo conoscevano. All'età di sessantadue anni andò a Parigi, dove visitò un bordello. "Poi mi recai improvvisamente in un mercato della carne – una di loro era coperta di cipria, un'altra una popolana, una terza una signora. Io le parlai, pagai dodici franchi e me ne andai, senza avere peccato con le mie azioni, anche se oso dire di averlo fatto con i miei pensieri. Lei mi chiese di tornare, disse che io ero in verità molto innocente per essere un uomo." (da Hans Christian Andersen: The life of a storyteller di Jackie Wullschlager, 2001)

Andersen morì a Rolighed nella sua casa il 4 agosto dell'anno 1857.

La sua opera appare innovativa non solo nello stile ma anche nei contenuti: Andersen usò infatti un linguaggio quotidiano ed espresse nelle fiabe pensieri e sentimenti fino ad allora ritenuti estranei alla comprensione di un bambino, attraverso le vicende di re e regine storici o leggendari, ma anche di animali, piante, creature magiche e persino di oggetti.
Alcuni fra i suoi titoli più noti sono: Il brutto anatroccolo, "Il vestito nuovo dell'Imperatore"., La regina delle nevi, Scarpette rosse e La sirenetta.
Le fiabe di Andersen sono state tradotte in tutte le lingue e hanno ispirato innumerevoli opere teatrali, balletti, film, nonché opere d'arte figurativa.

Le Fiabe Andersen:

•La sirenetta
•La pricipessa sul pisello
•Il vestito nuovo dell'imperatore
•Il soldatino di piombo
•La regina delle nevi
•L'acciarino magico
•Il brutto anatroccolo
•L'usignolo dell'imperatore
•Il baule volante
•Il custode dei maiali (il guardiano dei porci)
•Il sale
•Il lino
•La pastorella e lo spazzacamino
•La diligenza a 12 posti
•Fiori piccola Ida
•La settimana di un piccolo elfo
•Cigni selvatici
•La piccola fiammiferaia
•L'angelo
•La favola dell'Abete
•Le scarpette rosse
•Pollicina

Fiabe classiche -3-

Fiabe classiche
Le favole ormai diventate tradizione e patrimonio comune, universalmente conosciute. I classici da racconatre ai bambini.
In questa pagina trovi le fiabe classiche, catalogate in ordine alfabetico. Nel caso invece tu voglia effettuare una ricerca per autore puoi visitare la sezione autori di fiabe.

Da Pinocchio alla Bella addormentata nel bosco, dalla Sirenetta alla Bella e la bestia, tante fiabe molto spesso diventate anche cartoni animati e film.
Vola la fantasia con il racconto e la lettura di questi classici della narrativa.

Il pescatore

Pescatore che vai sul mare,
Quanti pesci puoi pescare?
Posso pescarne una barca piena
con un tonno e una balena.
Ma quel ch' io cerco nella rete
forse voi non lo sapete:
Cerco le scarpe del mio bambino
che va scalzo, poverino.
Proprio oggi ne ho viste un paio
Nella vetrina del calzolaio:
Ma ce ne vogliono di sardine
per fare un paio di scarpine.
Poi con due calamaretti
gli faremo i legaccetti.

Gianni Rodari - Filastrocca Il pescatore


SCEGLI LE FIABE PER AUTORE

Chi sono: i maggiori autori di favole, fiabe e racconti per bambini.
Se cercate una storia, un racconto, una fiaba, un brano che parli al vostro cuore e vi regali un sorriso, cercate tra questi autori, da Andersen ai Fratelli Grimm, tra le loro opere. La fiaba di ogni scrittore è un testo di valore inestimabile, per noi e per chi le racconta. Mondi incantati e favole animate con una morale dietro ogni avventura e personaggio.

La volpe e il corvo (Esopo)


La volpe e il corvo (Esopo)
Un corvo aveva rubato un pezzo di carne ed era andato a posarsi su di un albero. Lo vide la volpe e le venne voglia di quella carne. Si fermò à suoi piedi e cominciò ad adularlo, facendo grandi lodi del suo corpo perfetto e della sua bellezza, della lucentezza delle sue penne, dicendo che nessuno era più adatto dì lui ad essere il re degli uccelli, e che lo sarebbe diventato senz'altro, se avesse avuto la voce.
Il corvo, allora, volendo mostrare che neanche la voce gli mancava, si mise a gracchiare con tutte le sue forze, e lasciò cadere la carne. La volpe si precipitò ad afferrarla e beffeggiò il corvo soggiungendo: "Se, poi, caro il mio corvo, tu avessi anche il cervello, non ti mancherebbe altro, per diventare re".

Chi si compiace degli elogi altrui troppo adulatori, finisce col pentirsene vergognandosi.
E' molto facile credere a quello che ci fa piacere sentire.... su qualsiasi argomento...

Perchè i corvi sono neri

Fiabe e leggende indiane, degli indiani d'America.
Perchè i corvi sono neri
(una leggenda indiana)

Nei giorni lontani, quando la terra e la gente su di essa erano state create da poco, tutti i corvi erano bianchi come la neve.
In quei tempi antichi la gente non aveva ne cavalli, ne armi da fuoco, ne armi di ferro.
Tuttavia si procurava cibo , a sufficienza per sopravvivere cacciando il bufalo.
Ma cacciare i grossi bufali a piedi con armi che avevano punte in pietra era duro, aleatorio e pericoloso.
I corvi rendevano le cose ancora più difficili per i cacciatori per che erano amici dei bufali.
Librati alti nell'aria, vedevano tutto quello che succedeva nella prateria. Ogni volta che notavano dei cacciatori avvicinarsi ad una mandria di bufali, volavano dai loro amici e, appollaiati tra le loro corna, davano l'allarme:
" Caw, caw, caw, cugini, stanno venendo dei cacciatori. Stanno avanzando furtivamente attraverso quella gola laggiù. Stanno salendo dietro quella collina. State attenti! Caw, caw, caw! ".
Allora, i bufali fuggivano in disordine, e la gente soffriva la fame.
La gente tenne un consiglio per decidere che cosa fare.
E bene, tra i corvi ce n'era uno veramente enorme, due volte più grosso di tutti gli altri. Quel corvo era la loro guida. Un vecchio e saggio capo si alzò e diede questo suggerimento " Dobbiamo catturare il grosso corvo bianco ", disse, " e dargli una lezione. O farlo o continuare a soffrire la fame ".

Portò fuori una grande pelle di bufalo, con la testa e le corna ancora attaccate.
La mise sulla schiena di un giovane coraggioso, e disse:
« Nipote, insinuati tra i bufali. Penseranno che tu sia uno di loro, e potrai catturare il grosso corvo bianco Camuffato da bufalo, il giovane strisciò tra la mandria come se stesse pascolando.
Le grosse bestie pelose non gli prestarono nessuna attenzione. Allora i cacciatori uscirono dall'accampamento dietro di lui, con gli archi pronti. Come avvicinarono alla mandria, i corvi arrivarono volando, come al solito, dando l’allarme ai bufali:
"Caw, caw, caw, cugini, i cacciatori arrivano per uccidervi. Fate attenzione alle loro frecce. Caw, caw, caw!"
e come al solito tutti I bufali fuggirono via in disordine : tutti, cioè , eccetto il giovane cacciatore camuffato sotto la sua pelle pelosa, il quale faceva finta di continuare a pascolare come prima.
Allora il grosso corvo bianco venne giù planando, si appollaiò sulle spalle del cacciatore e sbattendo le ali disse :
" Caw , caw , caw , sei sordo, fratello? I cacciatori sono vicini , appena sopra la collina . Mettiti in salvo !" .
Ma il giovane coraggioso si allungò da sotto la pelle di bufalo ed afferrò il corvo per le zampe .Con una corda di pelle grezza legò le zampe del grosso uccello ed allacciò l’altro capo ad una pietra. Per quanto si dibattesse , il corvo non potè fuggire.
La gente sedette nuovamente in consiglio : " Cosa ne dovremo fare di questo grosso uccello cattivo , che ci ha fatto soffrire cento volte la fame?".
" Lo brucerò all’istante!" rispose un cacciatore arrabbiato, prima che qualcuno potesse fermarlo, tirò via con uno strattone il corvo dalle mani di quello che l’aveva catturato e lo ficcò nel fuoco del consiglio, corda , pietra e tutto quanto .
"Questo ti servirà di lezione" , disse.
Naturalmente la corda che teneva la pietra bruciò quasi subito, ed il grosso corvo riuscì a volare via dal fuoco.
Ma era malamente bruciacchiato , ed alcune sue penne erano carbonizzate . Benché fosse ancora grosso , non era più bianco .
" Caw , caw , caw , " gridò , volando via più velocemente che potè :" Non lo farò mai più , non darò più l’allarme ai bufali , e così farà tutta la nazione dei corvi . Lo prometto! Caw , caw , caw "
Così il corvo fuggì. Ma da allora tutti i corvi furono neri.

La scimmia e la tartaruga

La scimmia e la tartaruga
(una leggenda indiana)

Compare Tartaruga si annoiava da morire: i giorni passavano sempre uguali.
Il mare si estendeva all'infinito, le onde succedevano alle onde.
Nessuno veniva mai a rallegrare la sua vita monotona, tranne qualche volta una balena
o un gruppo di delfini, che passavano in lontananza, al largo dell'isola.
Un giorno, scorse una scimmia che si rimpinzava di banane.
"Perché cercare un amico nel mare?" pensò la tartaruga.
"Compare Scimmia sembra un compagno ideale, certamente più simpatico di un granchio!".
"Buongiorno Compare Scimmia! Vorresti essere mio amico?"
"Buongiorno Compare Tartaruga! Certamente!".
Da quel giorno trascorsero insieme tutto il loro tempo; la tartaruga non si era mai divertita tanto.

Un giorno la scimmia la invitò ad assaggiare le banane. Un altrogiorno le disse:
"Vieni, ti insegnerò ad arrampicarti sugli alberi!".
La sera, Compare Scimmia raccontò alla moglie: "Ah! Come mi sono divertito!
Avresti dovuto vederlo mentre si arrampicava su un albero!
Compare Tartaruga è il mio migliore amico!".
Anche Compare Tartaruga disse alla moglie: "Che amico meraviglioso!
Come mi annoiavo prima di conoscerlo!".
Ma Comare Tartaruga non condivideva la sua gioia e pensava: "Mio marito sta sempre con il suo nuovo amico. Devo sbarazzarmi di questa maledetta scimmia!"
Una sera, Compare Tartaruga trovò la moglie a letto. "Sei malata?".
"Sì, molto malata; il dottore ha detto che sto per morire e che l'unico modo per salvarmi è mangiare il cuore di una scimmia!".
"Il cuore di una scimmia! Ma dove potrò trovarlo? L'unica scimmia che conosco è il mio amico!".
"Allora, non mi resta che morire!" disse Comare Tartaruga con voce fioca.
Compare Tartaruga era disperato. Rifletté a lungo e infine decise che avrebbe sacrificato il suo amico.
Lentamente, si diresse verso la casa di Compare Scimmia.
"Buongiorno, Compare Tartaruga! Che piacere rivederti! Qual buon vento ti porta?".
"Mia moglie vorrebbe invitarti a cena questa sera, verrai?".
"Certo, volentieri!". La scimmia seguì allegramente il suo amico fino in riva al mare, ma non poteva continuare non sapendo nuotare.
"Sali sul mio guscio! - gli disse la tartaruga - Ti porterò io!".
La scimmia si aggrappò al guscio lasciandosi trasportare tra le onde.
Avrebbe voluto chiacchierare ma l'altro non rispondeva:
"Mi sembri molto triste e silenzioso! Cosa ti è successo? Racconta: farei qualsiasi cosa per te!".
"Ah, amico mio - finì per confessare Compare Tartaruga - c'è solo un sistema per salvare mia moglie, e cioè che tu mi dia il tuo cuore!".
"Ahi! - pensò la scimmia - "ho detto qualsiasi cosa, ma c'è un limite a tutto!
Come faccio a risolvere la situazione? Compare Tartaruga può farmi annegare da un omento all'altro!"

D'improvviso, si colpì la fronte.
"E' terribile! Ti darei volentieri il mio cuore, ma dobbiamo tornare indietro a prenderlo!".
"Il tuo cuore non si trova nel tuo petto?".
"Come? - esclamò la scimmia - Non sai che le scimmie lasciano il cuore in una brocca, accanto alla loro casa, prima di intraprendere un viaggio?".
La tartaruga si fermò e disse: "Ma come facciamo?".
"È molto semplice! Riportami sull'isola e andrò a prendere il mio cuore!".
La tartaruga tornò indietro, la scimmia saltò sulla riva e si arrampicò rapida su un albero.
"Uff! Sono salvo! Mi hai spaventato!".
"Ma - gridò la tartaruga - e il cuore che mi hai promesso?".
"Il cuore? Non sei abbastanza furbo, Compare Tartaruga.
Batte nel mio petto, naturalmente, e ci tengo molto! Addio!".
Compare Tartaruga ritornò triste a casa: aveva perso un amico, ma ebbe almeno la consolazione di veder guarita la moglie.
(Leggenda indiana)

Fiabe e Favole del mondo -2-

Fiabe e Favole del mondo


La raccolta di fiabe e leggende provenienti dai diversi paesi del mondo, dall'Africa all'India, dalla Russia all'Irlanda. Tante fiabe e favole tipiche dei continenti e delle nazioni di tutto il mondo.


Sono fiabe molto belle e originali, ci parlano e raccontano i diversi continenti e usanze, le credenze e le tradizioni tipiche locali.


Le fiabe e le favole delle varie nazioni sono ricche di fantasia, talvolta comica, altre volte grottesca, ma sempre straordinariamente avvincente.


Queste fiabe riflettono la vita dei luoghi dai quali provengono, per esempio le fiabe africane raccontano spesso di vita difficile e dura, le fiabe indiane di luoghi e atmosfere tipiche...


Scopri la ricchezza culturale che può provenire da altre tradizioni, da altre persone anche distanti dalla nostra vita quotidiana. La ricchezza di società multi-etniche, raccontiamo e leggiamo le fiabe e le favole di tutto il mondo, anche contro il razzismo.


Gli indiani d'America.
Prima dell’arrivo di Colombo in America, la popolazione degli indiani (così chiamati perché il navigatore genovese credette di esser giunto in India) assommava a circa 5 milioni di persone. Nel 1890 gli indiani erano meno di 250.000. Nello stesso periodo, la popolazione bianca degli Stati Uniti passò da O a 75 milioni. Mentre si svolgeva questo processo, i bianchi occuparono abusivamente i territori ancestrali degli indiani stabiliti da secoli nel continente, e distrussero sia il delicato equilibrio della loro economia, sia remoti sistemi di vita.


Avvenimenti fondamentali come la rimozione delle tribù sud-orientali in quello che veniva chiamato Territorio Indiano (futuro Stato di Oklahoma) negli anni 1830, la lunga marcia dei Navajo fino a Fort Sumner, dove furono imprigionati, nel 1864, e la tragedia di Wounded Knee nel 1890, caratterizzarono l'avanzata di una nuova cultura che, alla fine del secolo scorso, ne aveva spietatamente distrutta una molto più antica.


Fiabe indiane, leggende degli indiani nativi d'America.
Il rispetto della natura, degli animali e dell'ambiente circostante è rispecchiato nelle fiabe degli indiani d'America. Popolazioni ormai sparite, che hanno però lasciato tracce di saggezza e rispetto uniche al mondo

Favole e Fiabe 1 parte

Vuoi raccontare una fiaba ai bambini, oppure riscoprire il gusto dell'avvantura, del racconto, di quel mondo incantato che è la favola?

Fiabe e Favole per bambini
La fiaba è un tipo di narrazione i cui protagonisti non sono quasi mai animali (tipici invece nella favola), ma creature umane, coinvolte in avventure straordinarie con personaggi dai poteri magici come fate, orchi, giganti e così via.

Le fiabe sono state tramandate oralmente, ma c'è chi le ha raccolte e trascritte dando loro una particolare struttura come Charles Perrault in Francia, i fratelli Grimm in Germania, e ai nostri tempi Italo Calvino in Italia e Aleksander Afanasiev in Russia. Gli inventori di fiabe sono invece il danese Hans Christian Andersen, l'italiano Collodi (Pinocchio), l'inglese James Matthew Barrie (Peter Pan).

Le fiabe, da sempre considerate patrimonio della letteratura infantile e relegate in posizione subalterna rispetto ad altri testi, sono state attualmente rivalutate dalla scienza antropologica attraverso lo studio delle tradizioni popolari e delle culture orali

L'ALBERO E IL FIORE


L'ALBERO E IL FIORE

L'albero si stiracchiò nel nuovo giorno, lasciò che il vento caldo dell'estate gli scompigliasse le fronde, poi si chinò un poco e salutò il giovane fiore azzurro ai suoi piedi.

"Bella giornata, vero?" disse l'albero.

"Per me sono tutte uguali"
rispose il fiore
"l'importante è che faccia caldo, sennò corro il rischio di appassire prima del tempo!"

"Oh, questa gioventù!

Non capisce proprio niente!

Nessun giorno è uguale ad un altro, piccolo fiore: il tocco del vento è più o meno dolce; l'odore dell'aria, la luce del sole sono diversi ogni giorno!

E la gente che si siede sotto la mia ombra ora è felice, ora triste o disperata o disillusa.

Come puoi dire che i giorni sono tutti uguali?!

Prova a stare più attento a ciò che ti accade attorno e ti accorgerai di come ti sbagli!"

"Scusa, non volevo farti arrabbiare!"

Mormorò il fiore un po' intimorito dal tono minaccioso dell'albero...

"forse hai ragione, ma io non ho mai fatto caso a tutte le cose di cui hai parlato!"

"Beh, allora ti racconterò qualcuno dei miei giorni e ti accorgerai che vale proprio la pena di fare più attenzione alla vita che ci gira intorno!

Tu sai che io sono molto vecchio, ho vissuto anni ed anni, ho visto la gioia ed il dolore attraversare il mondo, ho assistito ai progressi dell'uomo e alla sua stupidità, alle guerre, alle grandi scoperte.

Anche dovendo stare sempre qui fermo, gli echi degli accadimenti del mondo sono arrivati alle mie orecchie tramite le parole della gente, i giornali lasciati qui sotto e ciò che ho potuto vedere con i miei occhi.

Ho vissuto storie d'amore insieme a ragazzi che cercavano la mia ombra.

Ho assistito alla morte silenziosa di un vecchio stanco e alla morte violenta di un giovane.

Ho ascoltato discorsi di filosofia, di arte e di vita comune.

Ho ascoltato il pianto di una donna per il suo amore infelice, quello di un uomo che non riusciva a trovare un lavoro per mantenere i suoi figli...

Ho ascoltato, impotente, la trama di un omicidio.

Ho assistito all'arresto di un uomo e al dolore di sua madre.

Ho vissuto anch'io un po' della vita degli uomini che è così complessa, ma così bella.

Non mi sono limitato a parlare col vento e col sole e con le nuvole, piccolo fiore!

Cerca di fare altrettanto e ti accorgerai che la tua vita durerà di più, vivrai il tuo giorno come se fossero mille!"

Il vecchio albero si voltò verso il fiore per accertarsi che avesse capito, ma il fiore aveva finito il suo giorno, aveva reclinato il capo sullo stelo.

L'albero, però, fu sicuro di intravedere ciò che rimaneva di un sorriso.

DIFFERENZA FRA FIABE E FAVOLE

DIFFERENZA FRA FIABE E FAVOLE

Esiste una differenza tra fiabe e favole. In entrambi i casi si tratta di brevi narrazioni in prosa o in versi.
La favola ha come protagonisti immaginari animali, piante o esseri inanimati cui si attribuiscono virtù e vizi umani, e i suoi contenuti hanno spesso intenti didascalici o morali.
La fiaba, invece, dove i protagonisti sono solitamente esseri umani alle prese con entità sovrannaturali (streghe, fate, gnomi, orchi ecc.) e oggetti dotati di virtù magiche, svolge più semplicemente una funzione di intrattenimento infantile.

Entrambi i tipi di narrazione hanno comunque strutture molto simili, come rivela del resto la comune etimologia latina, fabula, un termine che deriva dal verbo fari (parlare) e che richiama dunque l'importanza della comunicazione orale in questo genere espressivo.

La differenziazione tra favola e fiaba può essere considerata come un'evoluzione diversa del medesimo genere in contesti culturali differenti: la favola è più vicina a tradizioni classiche e mediterranee; la fiaba risente maggiormente delle influenze folcloristiche delle civiltà nordiche.

La favola Tra le più antiche favole di animali troviamo quelle del greco Esopo (VI secolo a.C.), ampiamente diffuse nel mondo greco e latino, dove furono riprese da Fedro (I secolo d.C.). In età bizantina, la raccolta curata dal monaco Massimo Planude costituì per molto tempo una delle principali fonti di conoscenza della favolistica antica.

La più famosa raccolta indiana, il Pañcatantra (IV secolo ca. d.C.), venne tradotta in oltre cinquanta lingue esercitando notevoli influssi sulle letterature occidentali.

In età medievale, quando gli intenti della favola divennero più esplicitamente moraleggianti, gli esempi più interessanti comparvero nella letteratura francese, dove, oltre alle favole di Maria di Francia (XII secolo), troviamo il Roman de Renart, satira su vizi e debolezze della società dell'epoca.

La favola ebbe la massima affermazione nel Seicento, ancora in Francia, nell'opera di La Fontaine (1668-1694), i cui contenuti non sono più subordinati all'esposizione della morale conclusiva, ma diventano narrazioni autonome.

Nel Settecento i principi teorici del genere favolistico vennero esposti dal tedesco Gotthold Ephraim Lessing, mentre il poeta inglese John Gay scrisse favole particolarmente briose e originali. Dello spagnolo Tomás de Iriarte y Oropesa si ricordano le Fábulas literarias (1782).

La fiaba Nell'Ottocento furono pubblicate le fiabe del famoso scrittore danese Hans Christian Andersen, molte delle quali sono in realtà favole.

Negli Stati Uniti, a partire dalle Fables in Slang (1890), di George Ade, si sviluppò una particolare forma di favola contemporanea, i cui autori principali furono Ambrose Bierce, James Thurber e William Saroyan.Tra le più importanti raccolte di fiabe ricordiamo: Lo cunto de li cunti (1634-1636) del napoletano Basile, I racconti di Mamma Oca (1697) del francese Perrault, le famosissime Fiabe per bambini e famiglie (1812-1824) dei fratelli Grimm, le Fiabe popolari russe (1863) di Alexandr Afanas'ev e le Fiabe irlandesi di William Butler Yeats.

Di notevole interesse sono inoltre le Fiabe italiane regionali (1956) raccolte e rielaborate da Italo Calvino, e molto istruttivi sono tutti i libri di favole e filastrocche dello scrittore per l'infanzia Gianni Rodari. Un indispensabile punto di riferimento nell'analisi delle strutture e dei motivi ricorrenti nel racconto di magia è la Morfologia della fiaba -192 di Vladimir Propp.-

20.8.09

La volpe e l'uva.

FIABE
Le favole, storie per imparare

Più delle fiabe, che pure hanno spesso una loro morale, le favole sono state scritte sempre con intenti morali ed educativi.
Divertendo, esse vogliono sempre insegnarci qualcosa: su noi stessi, sui nostri comportamenti, sui nostri difetti per aiutarci a correggerli.

Un giorno una volpe affamata passò accanto a una vigna e vide alcuni bellissimi grappoli d'uva che pendevano da un pergolato.
- Bella quell'uva! - esclamò la volpe e spiccò un balzo per cercare di afferrarla, ma non riuscì a raggiungerla, perchè era troppo alta. Saltò ancora e poi ancora e più saltava più le veniva fame.
Quando si accorse che tutti i suoi sforzi non servivano a nulla disse: - Quell'uva non è ancora matura e acerba non mi piace! - E si allontanò dignitosa, ma con la rabbia nel cuore.

La favola è scritta per coloro che disprezzano a parole ciò che non possono avere.
morale: Cosi, anche fra gli uomini, c'è chi, non riuscendo, per incapacità, a raggiungere il suo intento, ne dà la colpa alle circostanze.

9.8.09

La bacchetta magica





La bacchetta magica è uno strumento fondamentale nelle fiabe per i maghi e per le fate.
Serve da elemento di trasmissione tra la forza magica e il mondo: attraverso al bacchetta magica la forza si incanala e può agire direttamente sulal persona o la cosa, spesso trasformandone l'essenza.

In realtà la "bacchetta magica", come strumento di potere, sia religioso-magico che politico, compare nelal notte dei tempi.
Nelle caverne sono stati rinvenuti graffiti raffiguranti figure umane che tenevano in mano delle asticelle, simbolo di potere e prestigio.

I personaggi della corte del faraone erano spesso dotati di bacchette, come si vede nei dipinti murali delle piramidi.

Il dio greco Hermes, messaggero degli dei e conduttore delle anime dei morti agli inferi, possedeva una particolare bacchetta chiamata “Caduceo”, con due serpenti intrecciati.
Secondo Omero una bacchetta magica possedeva anche la maga Circe, con la quale trasformava i suoi prigionieri in porci.

Forse l'idea della bacchetta magica deriva dai bastoni degli Sciamani, specialmente dell'Asia centrale e Siberia, usati per colpire il terreno nelle cerimonie religiose.

Anche nella Bibbia il bastone di Mosè, che si tramuta in serpente e con il quale colpisce l'Egitto con le piaghe è interpretabile come un oggetto simile ad una bacchetta magica.
Anche in molti affreschi del III e IV secolo, all'interno delle catacombe, Cristo viene rappresentato con un bastone simile ad una bacchetta magica o a uno scettro del potere.

La funzione del bastone o bacchetta di operare il passaggio o flusso continuo tra il mondo dei vivi e quello soprannaturale è ben esemplificato da Virgilio che descrive nell'Eneide il "ramo d'oro" senza cogliere il quale Enea non può varcare la soglia dell'aldila':

3.8.09

Una favola per il cuore


CALDOMORBIDI e FREDDORUVIDI

C’era una volta un luogo, molto molto tempo fa, dove vivevano delle persone felici. Due di queste persone, Vera e Luca, vivevano con i loro due figli Elisa e Marco.
In quei giorni felici, quando un bambino nasceva, trovava sempre nella sua culla un piccolo, soffice e caldo sacchetto morbido. E quando il bambino infilava la sua manina nel sacchetto, poteva sempre estrarne un… CALDOMORBIDO!
I CALDOMORBIDI a quel tempo erano molto diffusi, perché in qualunque momento una persona ne sentisse il bisogno, poteva prenderne uno e subito si sentiva calda e morbida a lungo.
Vivere con abbondanti CALDOMORBIDI era, per gli abitanti di questo paese, oltre che un grande piacere, una necessità. Essi sapevano, infatti, da rari casi che si erano manifestati, che la mancanza di CALDOMORBIDI poteva portare ad una strana malattia che avrebbe, piano piano, curvato la spina dorsale e addirittura, in certi casi, fatti prima appassire e poi morire.
Naturalmente in quei giorni era molto facile avere dei CALDOMORBIDI. Si incontrava sempre qualcuno che ne dava e qualcuno che ne prendeva. Qualche volta perché richiesti, altre perché era un piacere distribuirne. NON C’ERA NESSUN IMBARAZZO NEL RICEVERLI, NEL DARLI, NEL CHIEDERLI.
Quando uno, cercando nel suo sacchetto, tirava fuori un CALDOMORBIDO, questo aveva la dimensione di un piccolo pugno di bambino che subito, vedendo la luce del giorno, sorrideva e sbocciava in un grande e vellutato CALDOMORBIDO. E quando veniva posto sulla spalla di una persona, o sulla testa, o sul petto e veniva accarezzato, piano piano si scioglieva, entrava nella pelle e permetteva subito a questa persona di sentirsi bene a lungo. La gente si frequentava molto e si scambiava CALDOMORBIDI. Naturalmente erano sempre GRATIS e averne a sufficienza non era mai un problema.
Con questa abbondanza di CALDOMORBIDI, in quel paese tutti erano felici, caldi e morbidi la maggior parte del tempo.
Ma un brutto giorno la strega cattiva, che viveva da quelle parti, si arrabbiò perché nessuno aveva bisogno di lei, delle sue pozioni e dei suoi unguenti. Allora studiò un piano diabolico.
In una bella mattina di aprile, mentre Vera giocava felice in un prato con i bambini, avvicinò Luca e gli sussurrò all’orecchio:”Guarda come Vera sta sprecando tutti i suoi CALDOMORBIDI dandoli ad Elisa. Sai, se Elisa li prende tutti, può darsi che alla fine non ne rimangano più per te.”
Luca rimase a lungo pensieroso. Poi si voltò verso la strega e disse:”Intendi dire che non troveremo più un CALDOMORBIDO nel nostro sacchetto ogni volta che lo cercheremo?” e la strega trionfante:”Proprio così! Quando saranno finiti non ne avrai assolutamente più!” e volò via sghignazzando. Luca fu molto colpito da quelle parole e da quel momento cominciò ad osservare e a ricordare tutte le volte che Vera dava CALDOMORBIDI a qualcun altro.
Da allora prese ad essere timoroso e turbato, perché gli piacevano i CALDOMORBIDI di Vera e non voleva proprio rimanerne senza. Così cominciò ad intristirsi tutte le volte che vedeva Vera dare un CALDOMORBIDO a qualcun altro. E poiché Vera gli voleva molto bene, smise di regalare CALDOMORBIDI agli altri riservandoli solo per lui.
I bambini, vedendo questo, cominciarono a pensare che fosse cosa cattiva dare CALDOMORBIDI a chiunque e in qualsiasi momento si desiderasse darli o riceverli.
Piano piano, senza neanche accorgersene, diventarono sempre più timorosi di perdere qualcosa. Tenevano d’occhio i loro genitori e, quando vedevano che uno dava un CALDOMORBIDO all’altro, impararono a mostrarsi tristi. Dunque i loro genitori se ne davano sempre di meno e di nascosto, perché pensavano che, in tal modo, non li avrebbero fatti soffrire.
Sappiamo bene come sono contagiosi i timori. Infatti, in men che non si dica, queste paure si sparsero per tutto il paese e ben presto le persone si scambiavano sempre meno CALDOMORBIDI.Nonostante ciò, potevano trovare sempre nel loro sacchetto un CALDOMORBIDO, quando lo cercavano. Ma cominciarono a cercare sempre meno, diventando intanto sempre più avari.
Ben presto si cominciò a sentire la mancanza dei CALDOMORBIDI e la gente sentiva meno caldo e meno morbido.
Poi alcuni di loro cominciarono ad incurvarsi e ad appassire e, talvolta, qualcuno perfino moriva.
Quella malattia che era così rara prima della venuta della strega, ora colpiva sempre più spesso.
Gli affari della strega andarono presto a gonfie vele. Le sue pozioni e i suoi unguenti andavano a ruba. Ma le persone non sembravano stare meglio. La situazione peggiorava di giorno in giorno e la strega cattiva, che in realtà non aveva convenienza nel fatto che la gente morisse, escogitò un nuovo piano.
Fece distribuire a ciascuno un sacchetto apparentemente simile a quello dei CALDOMORBIDI, soltanto che era…freddo.


Dentro il sacchetto della strega c’erano, infatti, i FREDDORUVIDI che facevano sentire la gente fredda e ruvida, non calda e morbida.
Il piano della strega era ben studiato: i FREDDORUVIDI impedivano, infatti, che la schiena della gente si incurvasse più di tanto e, anche se sgradevoli, servivano per tenere in vita le persone.
Così, tutte le volte che qualcuno diceva:”vorrei un CALDOMORBIDO” la gente, che era arrabbiata e intristita, rispondeva:”Non ti posso dare un CALDOMORBIDO, non ne ho neanche per me, gradisci un FREDDORUVIDO?”
A volte capitava che due persone che passeggiavano insieme pensavano, ad un certo punto, che avrebbero potuto scambiarsi un CALDOMORBIDO. Ma, aspettando ciascuno che fosse l’altra persona ad offrirli, finivano per cambiare idea e, alla fine, quello che si scambiavano erano invece dei FREDDORUVIDI.
Stando così le cose, certo la gente non moriva più con la frequenza di prima, ma un sacco di persone erano sempre infelici e sentivano troppo freddo e troppo ruvido.
Questo fu un periodo d’oro per gli affari della strega, che appariva come colei che salvava la gente da questa misteriosa epidemia.
La situazione era preoccupante.
I CALDOMORBIDI, che una volta erano disponibili come l’aria, divennero un bene prezioso e questo fece sì che la gente fosse disposta ad ogni sorta di cose pur di averne.
Altri parevano aver rinunciato per sempre ai CALDOMORBIDI, davano e prendevano FREDDORUVIDI.Altri ancora avevano inventato dei trucchi per camuffare i FREDDORUVIDI: gli davano un’apparenza piacevole e morbida e li spacciavano per CALDOMORBIDI. Questi venivano chiamati”CALDOMORBIDI DI PLASTICA” e combinavano guai ancora maggiori.
Per esempio, quando due persone volevano scambiarsi dei CALDOMORBIDI, pensavano che si sarebbero sentiti bene, ma succedeva che nulla cambiava: continuavano a sentirsi come prima e anche un po’peggio. Ma poiché pensavano in buona fede di essersi scambiati dei CALDOMORBIDI genuini, rimanevano molto confusi e disorientati non comprendendo che il loro freddo e le loro sensazioni sgradevoli erano il risultato del fatto che si erano scambiati FREDDORUVIDI.
La situazione era sempre più grave. I CALDOMORBIDI diventavano sempre più rari e adesso guardati anche con sospetto: “Sarà un CALDOMORBIDO genuino o contraffatto? O forse mi arriverà un FREDDORUVIDO?” C’era dovunque paura… diffidenza… tristezza e tutto questo era iniziato il giorno in cui la strega aveva convinto le persone che a forza di scambiarsi CALDOMORBIDI, nel momento del bisogno, non ne avrebbero più trovati nel loro sacchetto.
Un giorno una graziosa e florida donna nata sotto il segno dell’Acquario, giunse in quel paese sfortunato. Poiché non provava nessun timore che i suoi CALDOMORBIDI finissero, li donava liberamente, anche quando non erano richiesti.
Naturalmente erano molti quelli che la disapprovavano, anche perché pensavano che questo fosse sconveniente, soprattutto per l’educazione dei bambini.
Ma lei piaceva molto ai bambini, tanto che la cercavano in ogni momento. Così anche i bambini cominciarono a provar gusto a dare CALDOMORBIDI agli altri, se ne avevano voglia.
Poiché c’erano molti bambini, forse più dei benpensanti… apparve subito chiaro che la cosa era molto difficile da contenere.
A questo punto sarebbe interessante sapere come andò a finire…
Quella trasformazione si sparse ovunque nel paese e forse toccò anche il luogo dove voi vivete. E se volete, e io sono sicuro che voi volete, potete unirvi ai bambini nell’offrire, nel chiedere, nel ricevere tanti CALDOMORBIDI genuini. In questo modo non vi sarà più il rischio che la vostra spina dorsale si ripieghi facendovi appassire e vivrete sempre sani e felici.


Questa favola è stata scritta dallo psichiatra Claude Steiner, uno dei primi analisti transazionali che si è occupato di CAREZZE.
Nel suo libro “LE CAREZZE COME NUTRIMENTO“, spiega in modo fantastico l’importanza del contatto fisico in ogni rapporto di affetto, a partire da quello tra genitori e figli.


“LE CAREZZE SONO QUELLE CHE TRASFORMANO UN NEONATO IN UN BAMBINO, UN BAMBINO IN UN ADOLESCENTE E UN ADOLESCENTE IN UN UOMO O IN UNA DONNA”


..C’è da rifletterci insieme..cari amici del cuore :-)


Nota: La versione originale di questa favola si intitola “Warm Fuzzy Tale” pubblicato nel ‘69 è corredato di splendide illustrazioni

Per conoscere meglio CLAUDE STEINER, vai su
http://www.emotional-literacy.com/

Per una spiegazione dei Principi base dell’Analisi Transazionale,
vedere la pagina Web:http://www.emotional-literacy.com/coreit.htm

Fiaba più vera della REALTA'


Fiaba più vera della REALTA'
di Michiamomari

C'era una volta una città così divertente che era famosa in tutto il mondo. I suoi abitanti infatti, lavorando e commerciando senza curarsi d’altro, l'avevano resa favolosamente ricca: i negozi e le strade traboccavano di cose belle, cibi meravigliosi e divertimenti di ogni tipo, che facevano l’invidia di tutte le città più povere. SOLO il Consiglio che la dominava sapeva che dietro questa favolosa ricchezza non c’era solo il lavoro… ma anche un segreto che non si poteva dire. In un rifugio sotterraneo era infatti nascosto un enorme ratto, creatura orribile a vedersi, ma meravigliosa: invece di far la solita, inutile cacca a pallini, questo essere CAGAVA ORO. Veri, grossi, pezzi d’oro! Bastava nutrirlo! E il Consiglio dei Potenti lo nutriva senza posa, si riempiva le tasche e le casseforti erano ancora piene di denaro. C’era solo un piccolo inconveniente: in proporzione a quanto mangiava, il magico ratto espelleva continuamente da sè anche altri topi, che sgattaiolavano via verso le fogne. Ma si sa, nelle fogne i topi ci son sempre stati, e nessuno se ne preoccupava

Sennonché un giorno, improvvisamente, ne furono così piene che cominciarono a traboccare, e un’onda scura di ratti iniziò a risalire verso le strade. All’inizio i ricchi non se ne preoccupavano... infatti erano più che altro i più poveri a essere colpiti. Ma poi quel flagello invase tutta la città e, raggiungendo ogni anfratto, appestò l’acqua e ogni cosa. Cosa farsene di tutti quei divertimenti, quel cibo, quei bei vestiti? Nessuno osava più uscire di casa, tutti erano pelle e ossa per paura di mangiare cibo contaminato e non si sapeva più dove scappare… non c’era più spazio neanche per innamorarsi, i topi erano come orrendi pensieri che invadevano perfino i sogni. Nessuno, nessuno, NESSUNO sapeva più cosa fare. Ed ecco che quando la città è ormai alla disperazione, passa di lì un pifferaio magico. I pifferai magici, si sa, incantano chiunque: sanno ammaliare e possono far sembrare verità la menzogna. Ma questo volle prendersi gioco dei potenti e fece un patto con loro: io libererò la città dai topi, disse, ma non voglio denaro.. in cambio voglio solo la soddisfazione di vedervi dire la verità al vostro popolo. Non ci fu niente da fare, e non c’era più tempo da perdere… ancora un po’ e sarebbero stati tutti divorati. Così il Consiglio fu costretto ad accettare.
Il pifferaio iniziò a suonare, e tra una nota e l’altra cantava: “o topi, il mondo non è che una grande credenza.. ". Questa musica somigliava al rumorino del cacio quando vien grattato, delle mele mature pestate nel mortaio, nei suoi occhi guizzavano fiamme nere.. Ed ecco i ratti affacciarsi da ogni buco e un rosicchìo assordante levarsi come un tuono. Il pifferaio camminava, e i topi dietro. Finché sull’orlo del fiume lui si fermò all’'improvviso, e come una sola, enorme massa compatta essi finirono nell’acqua, che ruggendo li portò via tutti tra mille guizzi d’argento.

Che festa ovunque! In un istante la gioia tronò fra le strade di Hamelin.
Ma il pifferaio non era caduto nel fiume. Gettando guizzi neri dai suoi occhi, si presentò al Re, e disse: ora voglio il mio pagamento. Il Re smise di ridere, impallidì e si sentì svenire. Ah no, eh, questa poi no.. chiedimi qualunque cosa..ma se dirò da dove viene l’oro il popolo ucciderà il ratto! Diventeremo poveri! Ti darò tanto oro quanto pesi. Scampato il pericolo, il Re non se la sentiva di mantenere la promessa. Ma il pifferaio non era abituato a farsi truffare, e non aveva voglia di discutere. Si girò sui tacchi e fece la sua vendetta.
Se ne andò, suonando nel suo piffero una strana melodia. Erano tutti così occupati a divertirsi e a festeggiare che non si accorsero che, ipnotizzati da quella musica, i bambini uscivano dalle case e facevano un lungo corteo dietro a quella musica, nessuno, poteva più sentire altro suono, e quando la gente iniziò a seguirli, a chiamare e a gridare era ormai troppo tardi. Il pifferaio arrivò indisturbato, con il suo bottino vivente, fino a una grossa montagna. Questa si aprì, li inghiottì e si richiuse su di loro per sempre, mentre la città restò sola coi suoi vecchi, l’oro e i topi.

Ma… c’è sempre un MA, per fortuna. Uno, UNO SOLO, fra i bambini, era rimasto fuori… il più piccolo, che non riusciva a stare al passo con gli altri. Vedendo la caverna richiudersi, e tutti i bambini sparire… restò lì tristissimo. Si sentiva terribilmente solo; si struggeva dal desiderio di raggiungere gli altri bambini. Neanche lui sapeva come gli venne quell’idea! Sarà perché anche la sua mamma suonava, e anche a lui il suo papà aveva costruito un piccolo flauto con un pezzo di canna. Fatto sta che estrasse il suo piffero, e davanti alla grande porta di pietra iniziò a suonare le sue note. Erano così maldestre! Ma una forza più grande di lui lo spingeva a suonare, e a suonare, tre giorni e tre notti suonò. Finché le note si fecero più limpide, e penetrarono in alcune fessure nella montagna, e raggiunsero i suoi anfratti segreti. Oh, anche la montagna ha pur sempre un cuore! Come poteva non commuoversi? La roccia iniziò a tremare, come un cuore che si innamora, ed ecco che la grande porta lentamente si aprì. I bambini rivedendo il sole si svegliarono di colpo dal loro torpore, e si riversarono fuori gridando e cantando.
Come si può descrivere la gioia che invase la città, che si credeva ormai morta, e perfino il Re, che si struggeva nel rimorso?
E come sapremo mai se, per il futuro, essi seppero rinunciare al denaro e ai suoi topi, per la gioia che non si può comprare?

22 luglio 2009 di Michiamomari

LEGGERE LE FIABE AI BAMBINI


"Quando l'uomo smette di sognare, si ammala!"


Leggere le fiabe ai bambini…


La lettura è un atto del sentimento, un gesto di creazione, una zona ove esercitare la propria libertà:e la base dell’educazione civile



Grazie ai maghi, alle fate e alle principesse, si può imparare a riaccendere la fantasia e la creatività.
A riaprire il nostro cuore.

La verità è che, da GRANDI, non riusciamo piu ad esprimere le nostre gioie, le nostre paure.

Le fiabe, che arrivano direttamente alla coscienza attraverso dei simboli, ci aiutano anche ad affrontare i nostri problemi.
Infatti le fiabe della tradizione trasmettono un insegnamento millenario presente in tutte le culture: un metodo semplice ed efficace per trasformare l'atteggiamento nei confronti della vita e favorirci, quando qualcosa ci sembra impossibile. Le fiabe sono un potente mezzo sia per affrontare situazioni che sembrano non avere sbocchi, sia come strumento per riscoprire la propria creatività, fantasia ed i propri talenti. Sorprendenti, come le stesse fiabe, sono i risultati nelle terapia individuali.

Il RESPIRO in psicologia.

Assieme alle fiabe anche il respiro ha un ruolo di prima piano nella espansione della potenzialità dell'uomo: costituisce un valido strumento in campo psicologico e permette di affrontare naturalmente ed efficacemente grandi e piccole difficoltà moderne, come ansia, attacchi di panico, depressione, alti e bassi emozionali difficili, stress, stanchezza mentale, difficoltà di memoria e concentrazione, per arrivare all'essenza e permetterle di manifestarsi in tutto il suo splendore nella vita di ogni giorno.
"A chi nel cuore è ancora un bambino a tutti i piccoli d'ogni età grazie perchè è bellissimo essere sempre bambini"


Le favole servono a stimolare la fantasia dei bambini, la quale sfocia in due strada. I sogni e la arte.
Lasciare che il bambino sfoghi la propria fantasia solo nei sogni, non l'aiuta a crescere,
Sarebbe bene incanalare la fantasia del bambino sul'unica strada che li porti ad esprimere
le esperienze interiori in modo sano e formativo.
L'arte rimane l'espressione piu alta di ciò che ogni individuo riesce a comunicare del proprio mondo interiore.
E cosi la musica, la pittura, la recitazione, la danza e tutto ciò che è arte, porta la persona a rendersi
libera di esprimersi il modo di recepire il mondo esterno.

Le favole dove sono?
Ce n'è una in ogni cosa.
nel legno, nel tavolino,
nel bicchiere, nella rosa.
La favola sta li dentro
da tanto tempo, e non parla:
è una bella addormentata
e bisogno svegliarla.
Ma se un principe, o un poeta,
a baciarla non verrà
un bambino la sua favola invano aspetterà.