30.11.09

Fiabe classiche -3-

Fiabe classiche
Le favole ormai diventate tradizione e patrimonio comune, universalmente conosciute. I classici da racconatre ai bambini.
In questa pagina trovi le fiabe classiche, catalogate in ordine alfabetico. Nel caso invece tu voglia effettuare una ricerca per autore puoi visitare la sezione autori di fiabe.

Da Pinocchio alla Bella addormentata nel bosco, dalla Sirenetta alla Bella e la bestia, tante fiabe molto spesso diventate anche cartoni animati e film.
Vola la fantasia con il racconto e la lettura di questi classici della narrativa.

Il pescatore

Pescatore che vai sul mare,
Quanti pesci puoi pescare?
Posso pescarne una barca piena
con un tonno e una balena.
Ma quel ch' io cerco nella rete
forse voi non lo sapete:
Cerco le scarpe del mio bambino
che va scalzo, poverino.
Proprio oggi ne ho viste un paio
Nella vetrina del calzolaio:
Ma ce ne vogliono di sardine
per fare un paio di scarpine.
Poi con due calamaretti
gli faremo i legaccetti.

Gianni Rodari - Filastrocca Il pescatore


SCEGLI LE FIABE PER AUTORE

Chi sono: i maggiori autori di favole, fiabe e racconti per bambini.
Se cercate una storia, un racconto, una fiaba, un brano che parli al vostro cuore e vi regali un sorriso, cercate tra questi autori, da Andersen ai Fratelli Grimm, tra le loro opere. La fiaba di ogni scrittore è un testo di valore inestimabile, per noi e per chi le racconta. Mondi incantati e favole animate con una morale dietro ogni avventura e personaggio.

La volpe e il corvo (Esopo)


La volpe e il corvo (Esopo)
Un corvo aveva rubato un pezzo di carne ed era andato a posarsi su di un albero. Lo vide la volpe e le venne voglia di quella carne. Si fermò à suoi piedi e cominciò ad adularlo, facendo grandi lodi del suo corpo perfetto e della sua bellezza, della lucentezza delle sue penne, dicendo che nessuno era più adatto dì lui ad essere il re degli uccelli, e che lo sarebbe diventato senz'altro, se avesse avuto la voce.
Il corvo, allora, volendo mostrare che neanche la voce gli mancava, si mise a gracchiare con tutte le sue forze, e lasciò cadere la carne. La volpe si precipitò ad afferrarla e beffeggiò il corvo soggiungendo: "Se, poi, caro il mio corvo, tu avessi anche il cervello, non ti mancherebbe altro, per diventare re".

Chi si compiace degli elogi altrui troppo adulatori, finisce col pentirsene vergognandosi.
E' molto facile credere a quello che ci fa piacere sentire.... su qualsiasi argomento...

Perchè i corvi sono neri

Fiabe e leggende indiane, degli indiani d'America.
Perchè i corvi sono neri
(una leggenda indiana)

Nei giorni lontani, quando la terra e la gente su di essa erano state create da poco, tutti i corvi erano bianchi come la neve.
In quei tempi antichi la gente non aveva ne cavalli, ne armi da fuoco, ne armi di ferro.
Tuttavia si procurava cibo , a sufficienza per sopravvivere cacciando il bufalo.
Ma cacciare i grossi bufali a piedi con armi che avevano punte in pietra era duro, aleatorio e pericoloso.
I corvi rendevano le cose ancora più difficili per i cacciatori per che erano amici dei bufali.
Librati alti nell'aria, vedevano tutto quello che succedeva nella prateria. Ogni volta che notavano dei cacciatori avvicinarsi ad una mandria di bufali, volavano dai loro amici e, appollaiati tra le loro corna, davano l'allarme:
" Caw, caw, caw, cugini, stanno venendo dei cacciatori. Stanno avanzando furtivamente attraverso quella gola laggiù. Stanno salendo dietro quella collina. State attenti! Caw, caw, caw! ".
Allora, i bufali fuggivano in disordine, e la gente soffriva la fame.
La gente tenne un consiglio per decidere che cosa fare.
E bene, tra i corvi ce n'era uno veramente enorme, due volte più grosso di tutti gli altri. Quel corvo era la loro guida. Un vecchio e saggio capo si alzò e diede questo suggerimento " Dobbiamo catturare il grosso corvo bianco ", disse, " e dargli una lezione. O farlo o continuare a soffrire la fame ".

Portò fuori una grande pelle di bufalo, con la testa e le corna ancora attaccate.
La mise sulla schiena di un giovane coraggioso, e disse:
« Nipote, insinuati tra i bufali. Penseranno che tu sia uno di loro, e potrai catturare il grosso corvo bianco Camuffato da bufalo, il giovane strisciò tra la mandria come se stesse pascolando.
Le grosse bestie pelose non gli prestarono nessuna attenzione. Allora i cacciatori uscirono dall'accampamento dietro di lui, con gli archi pronti. Come avvicinarono alla mandria, i corvi arrivarono volando, come al solito, dando l’allarme ai bufali:
"Caw, caw, caw, cugini, i cacciatori arrivano per uccidervi. Fate attenzione alle loro frecce. Caw, caw, caw!"
e come al solito tutti I bufali fuggirono via in disordine : tutti, cioè , eccetto il giovane cacciatore camuffato sotto la sua pelle pelosa, il quale faceva finta di continuare a pascolare come prima.
Allora il grosso corvo bianco venne giù planando, si appollaiò sulle spalle del cacciatore e sbattendo le ali disse :
" Caw , caw , caw , sei sordo, fratello? I cacciatori sono vicini , appena sopra la collina . Mettiti in salvo !" .
Ma il giovane coraggioso si allungò da sotto la pelle di bufalo ed afferrò il corvo per le zampe .Con una corda di pelle grezza legò le zampe del grosso uccello ed allacciò l’altro capo ad una pietra. Per quanto si dibattesse , il corvo non potè fuggire.
La gente sedette nuovamente in consiglio : " Cosa ne dovremo fare di questo grosso uccello cattivo , che ci ha fatto soffrire cento volte la fame?".
" Lo brucerò all’istante!" rispose un cacciatore arrabbiato, prima che qualcuno potesse fermarlo, tirò via con uno strattone il corvo dalle mani di quello che l’aveva catturato e lo ficcò nel fuoco del consiglio, corda , pietra e tutto quanto .
"Questo ti servirà di lezione" , disse.
Naturalmente la corda che teneva la pietra bruciò quasi subito, ed il grosso corvo riuscì a volare via dal fuoco.
Ma era malamente bruciacchiato , ed alcune sue penne erano carbonizzate . Benché fosse ancora grosso , non era più bianco .
" Caw , caw , caw , " gridò , volando via più velocemente che potè :" Non lo farò mai più , non darò più l’allarme ai bufali , e così farà tutta la nazione dei corvi . Lo prometto! Caw , caw , caw "
Così il corvo fuggì. Ma da allora tutti i corvi furono neri.

La scimmia e la tartaruga

La scimmia e la tartaruga
(una leggenda indiana)

Compare Tartaruga si annoiava da morire: i giorni passavano sempre uguali.
Il mare si estendeva all'infinito, le onde succedevano alle onde.
Nessuno veniva mai a rallegrare la sua vita monotona, tranne qualche volta una balena
o un gruppo di delfini, che passavano in lontananza, al largo dell'isola.
Un giorno, scorse una scimmia che si rimpinzava di banane.
"Perché cercare un amico nel mare?" pensò la tartaruga.
"Compare Scimmia sembra un compagno ideale, certamente più simpatico di un granchio!".
"Buongiorno Compare Scimmia! Vorresti essere mio amico?"
"Buongiorno Compare Tartaruga! Certamente!".
Da quel giorno trascorsero insieme tutto il loro tempo; la tartaruga non si era mai divertita tanto.

Un giorno la scimmia la invitò ad assaggiare le banane. Un altrogiorno le disse:
"Vieni, ti insegnerò ad arrampicarti sugli alberi!".
La sera, Compare Scimmia raccontò alla moglie: "Ah! Come mi sono divertito!
Avresti dovuto vederlo mentre si arrampicava su un albero!
Compare Tartaruga è il mio migliore amico!".
Anche Compare Tartaruga disse alla moglie: "Che amico meraviglioso!
Come mi annoiavo prima di conoscerlo!".
Ma Comare Tartaruga non condivideva la sua gioia e pensava: "Mio marito sta sempre con il suo nuovo amico. Devo sbarazzarmi di questa maledetta scimmia!"
Una sera, Compare Tartaruga trovò la moglie a letto. "Sei malata?".
"Sì, molto malata; il dottore ha detto che sto per morire e che l'unico modo per salvarmi è mangiare il cuore di una scimmia!".
"Il cuore di una scimmia! Ma dove potrò trovarlo? L'unica scimmia che conosco è il mio amico!".
"Allora, non mi resta che morire!" disse Comare Tartaruga con voce fioca.
Compare Tartaruga era disperato. Rifletté a lungo e infine decise che avrebbe sacrificato il suo amico.
Lentamente, si diresse verso la casa di Compare Scimmia.
"Buongiorno, Compare Tartaruga! Che piacere rivederti! Qual buon vento ti porta?".
"Mia moglie vorrebbe invitarti a cena questa sera, verrai?".
"Certo, volentieri!". La scimmia seguì allegramente il suo amico fino in riva al mare, ma non poteva continuare non sapendo nuotare.
"Sali sul mio guscio! - gli disse la tartaruga - Ti porterò io!".
La scimmia si aggrappò al guscio lasciandosi trasportare tra le onde.
Avrebbe voluto chiacchierare ma l'altro non rispondeva:
"Mi sembri molto triste e silenzioso! Cosa ti è successo? Racconta: farei qualsiasi cosa per te!".
"Ah, amico mio - finì per confessare Compare Tartaruga - c'è solo un sistema per salvare mia moglie, e cioè che tu mi dia il tuo cuore!".
"Ahi! - pensò la scimmia - "ho detto qualsiasi cosa, ma c'è un limite a tutto!
Come faccio a risolvere la situazione? Compare Tartaruga può farmi annegare da un omento all'altro!"

D'improvviso, si colpì la fronte.
"E' terribile! Ti darei volentieri il mio cuore, ma dobbiamo tornare indietro a prenderlo!".
"Il tuo cuore non si trova nel tuo petto?".
"Come? - esclamò la scimmia - Non sai che le scimmie lasciano il cuore in una brocca, accanto alla loro casa, prima di intraprendere un viaggio?".
La tartaruga si fermò e disse: "Ma come facciamo?".
"È molto semplice! Riportami sull'isola e andrò a prendere il mio cuore!".
La tartaruga tornò indietro, la scimmia saltò sulla riva e si arrampicò rapida su un albero.
"Uff! Sono salvo! Mi hai spaventato!".
"Ma - gridò la tartaruga - e il cuore che mi hai promesso?".
"Il cuore? Non sei abbastanza furbo, Compare Tartaruga.
Batte nel mio petto, naturalmente, e ci tengo molto! Addio!".
Compare Tartaruga ritornò triste a casa: aveva perso un amico, ma ebbe almeno la consolazione di veder guarita la moglie.
(Leggenda indiana)

Fiabe e Favole del mondo -2-

Fiabe e Favole del mondo


La raccolta di fiabe e leggende provenienti dai diversi paesi del mondo, dall'Africa all'India, dalla Russia all'Irlanda. Tante fiabe e favole tipiche dei continenti e delle nazioni di tutto il mondo.


Sono fiabe molto belle e originali, ci parlano e raccontano i diversi continenti e usanze, le credenze e le tradizioni tipiche locali.


Le fiabe e le favole delle varie nazioni sono ricche di fantasia, talvolta comica, altre volte grottesca, ma sempre straordinariamente avvincente.


Queste fiabe riflettono la vita dei luoghi dai quali provengono, per esempio le fiabe africane raccontano spesso di vita difficile e dura, le fiabe indiane di luoghi e atmosfere tipiche...


Scopri la ricchezza culturale che può provenire da altre tradizioni, da altre persone anche distanti dalla nostra vita quotidiana. La ricchezza di società multi-etniche, raccontiamo e leggiamo le fiabe e le favole di tutto il mondo, anche contro il razzismo.


Gli indiani d'America.
Prima dell’arrivo di Colombo in America, la popolazione degli indiani (così chiamati perché il navigatore genovese credette di esser giunto in India) assommava a circa 5 milioni di persone. Nel 1890 gli indiani erano meno di 250.000. Nello stesso periodo, la popolazione bianca degli Stati Uniti passò da O a 75 milioni. Mentre si svolgeva questo processo, i bianchi occuparono abusivamente i territori ancestrali degli indiani stabiliti da secoli nel continente, e distrussero sia il delicato equilibrio della loro economia, sia remoti sistemi di vita.


Avvenimenti fondamentali come la rimozione delle tribù sud-orientali in quello che veniva chiamato Territorio Indiano (futuro Stato di Oklahoma) negli anni 1830, la lunga marcia dei Navajo fino a Fort Sumner, dove furono imprigionati, nel 1864, e la tragedia di Wounded Knee nel 1890, caratterizzarono l'avanzata di una nuova cultura che, alla fine del secolo scorso, ne aveva spietatamente distrutta una molto più antica.


Fiabe indiane, leggende degli indiani nativi d'America.
Il rispetto della natura, degli animali e dell'ambiente circostante è rispecchiato nelle fiabe degli indiani d'America. Popolazioni ormai sparite, che hanno però lasciato tracce di saggezza e rispetto uniche al mondo

Favole e Fiabe 1 parte

Vuoi raccontare una fiaba ai bambini, oppure riscoprire il gusto dell'avvantura, del racconto, di quel mondo incantato che è la favola?

Fiabe e Favole per bambini
La fiaba è un tipo di narrazione i cui protagonisti non sono quasi mai animali (tipici invece nella favola), ma creature umane, coinvolte in avventure straordinarie con personaggi dai poteri magici come fate, orchi, giganti e così via.

Le fiabe sono state tramandate oralmente, ma c'è chi le ha raccolte e trascritte dando loro una particolare struttura come Charles Perrault in Francia, i fratelli Grimm in Germania, e ai nostri tempi Italo Calvino in Italia e Aleksander Afanasiev in Russia. Gli inventori di fiabe sono invece il danese Hans Christian Andersen, l'italiano Collodi (Pinocchio), l'inglese James Matthew Barrie (Peter Pan).

Le fiabe, da sempre considerate patrimonio della letteratura infantile e relegate in posizione subalterna rispetto ad altri testi, sono state attualmente rivalutate dalla scienza antropologica attraverso lo studio delle tradizioni popolari e delle culture orali

L'ALBERO E IL FIORE


L'ALBERO E IL FIORE

L'albero si stiracchiò nel nuovo giorno, lasciò che il vento caldo dell'estate gli scompigliasse le fronde, poi si chinò un poco e salutò il giovane fiore azzurro ai suoi piedi.

"Bella giornata, vero?" disse l'albero.

"Per me sono tutte uguali"
rispose il fiore
"l'importante è che faccia caldo, sennò corro il rischio di appassire prima del tempo!"

"Oh, questa gioventù!

Non capisce proprio niente!

Nessun giorno è uguale ad un altro, piccolo fiore: il tocco del vento è più o meno dolce; l'odore dell'aria, la luce del sole sono diversi ogni giorno!

E la gente che si siede sotto la mia ombra ora è felice, ora triste o disperata o disillusa.

Come puoi dire che i giorni sono tutti uguali?!

Prova a stare più attento a ciò che ti accade attorno e ti accorgerai di come ti sbagli!"

"Scusa, non volevo farti arrabbiare!"

Mormorò il fiore un po' intimorito dal tono minaccioso dell'albero...

"forse hai ragione, ma io non ho mai fatto caso a tutte le cose di cui hai parlato!"

"Beh, allora ti racconterò qualcuno dei miei giorni e ti accorgerai che vale proprio la pena di fare più attenzione alla vita che ci gira intorno!

Tu sai che io sono molto vecchio, ho vissuto anni ed anni, ho visto la gioia ed il dolore attraversare il mondo, ho assistito ai progressi dell'uomo e alla sua stupidità, alle guerre, alle grandi scoperte.

Anche dovendo stare sempre qui fermo, gli echi degli accadimenti del mondo sono arrivati alle mie orecchie tramite le parole della gente, i giornali lasciati qui sotto e ciò che ho potuto vedere con i miei occhi.

Ho vissuto storie d'amore insieme a ragazzi che cercavano la mia ombra.

Ho assistito alla morte silenziosa di un vecchio stanco e alla morte violenta di un giovane.

Ho ascoltato discorsi di filosofia, di arte e di vita comune.

Ho ascoltato il pianto di una donna per il suo amore infelice, quello di un uomo che non riusciva a trovare un lavoro per mantenere i suoi figli...

Ho ascoltato, impotente, la trama di un omicidio.

Ho assistito all'arresto di un uomo e al dolore di sua madre.

Ho vissuto anch'io un po' della vita degli uomini che è così complessa, ma così bella.

Non mi sono limitato a parlare col vento e col sole e con le nuvole, piccolo fiore!

Cerca di fare altrettanto e ti accorgerai che la tua vita durerà di più, vivrai il tuo giorno come se fossero mille!"

Il vecchio albero si voltò verso il fiore per accertarsi che avesse capito, ma il fiore aveva finito il suo giorno, aveva reclinato il capo sullo stelo.

L'albero, però, fu sicuro di intravedere ciò che rimaneva di un sorriso.

DIFFERENZA FRA FIABE E FAVOLE

DIFFERENZA FRA FIABE E FAVOLE

Esiste una differenza tra fiabe e favole. In entrambi i casi si tratta di brevi narrazioni in prosa o in versi.
La favola ha come protagonisti immaginari animali, piante o esseri inanimati cui si attribuiscono virtù e vizi umani, e i suoi contenuti hanno spesso intenti didascalici o morali.
La fiaba, invece, dove i protagonisti sono solitamente esseri umani alle prese con entità sovrannaturali (streghe, fate, gnomi, orchi ecc.) e oggetti dotati di virtù magiche, svolge più semplicemente una funzione di intrattenimento infantile.

Entrambi i tipi di narrazione hanno comunque strutture molto simili, come rivela del resto la comune etimologia latina, fabula, un termine che deriva dal verbo fari (parlare) e che richiama dunque l'importanza della comunicazione orale in questo genere espressivo.

La differenziazione tra favola e fiaba può essere considerata come un'evoluzione diversa del medesimo genere in contesti culturali differenti: la favola è più vicina a tradizioni classiche e mediterranee; la fiaba risente maggiormente delle influenze folcloristiche delle civiltà nordiche.

La favola Tra le più antiche favole di animali troviamo quelle del greco Esopo (VI secolo a.C.), ampiamente diffuse nel mondo greco e latino, dove furono riprese da Fedro (I secolo d.C.). In età bizantina, la raccolta curata dal monaco Massimo Planude costituì per molto tempo una delle principali fonti di conoscenza della favolistica antica.

La più famosa raccolta indiana, il Pañcatantra (IV secolo ca. d.C.), venne tradotta in oltre cinquanta lingue esercitando notevoli influssi sulle letterature occidentali.

In età medievale, quando gli intenti della favola divennero più esplicitamente moraleggianti, gli esempi più interessanti comparvero nella letteratura francese, dove, oltre alle favole di Maria di Francia (XII secolo), troviamo il Roman de Renart, satira su vizi e debolezze della società dell'epoca.

La favola ebbe la massima affermazione nel Seicento, ancora in Francia, nell'opera di La Fontaine (1668-1694), i cui contenuti non sono più subordinati all'esposizione della morale conclusiva, ma diventano narrazioni autonome.

Nel Settecento i principi teorici del genere favolistico vennero esposti dal tedesco Gotthold Ephraim Lessing, mentre il poeta inglese John Gay scrisse favole particolarmente briose e originali. Dello spagnolo Tomás de Iriarte y Oropesa si ricordano le Fábulas literarias (1782).

La fiaba Nell'Ottocento furono pubblicate le fiabe del famoso scrittore danese Hans Christian Andersen, molte delle quali sono in realtà favole.

Negli Stati Uniti, a partire dalle Fables in Slang (1890), di George Ade, si sviluppò una particolare forma di favola contemporanea, i cui autori principali furono Ambrose Bierce, James Thurber e William Saroyan.Tra le più importanti raccolte di fiabe ricordiamo: Lo cunto de li cunti (1634-1636) del napoletano Basile, I racconti di Mamma Oca (1697) del francese Perrault, le famosissime Fiabe per bambini e famiglie (1812-1824) dei fratelli Grimm, le Fiabe popolari russe (1863) di Alexandr Afanas'ev e le Fiabe irlandesi di William Butler Yeats.

Di notevole interesse sono inoltre le Fiabe italiane regionali (1956) raccolte e rielaborate da Italo Calvino, e molto istruttivi sono tutti i libri di favole e filastrocche dello scrittore per l'infanzia Gianni Rodari. Un indispensabile punto di riferimento nell'analisi delle strutture e dei motivi ricorrenti nel racconto di magia è la Morfologia della fiaba -192 di Vladimir Propp.-

20.8.09

La volpe e l'uva.

FIABE
Le favole, storie per imparare

Più delle fiabe, che pure hanno spesso una loro morale, le favole sono state scritte sempre con intenti morali ed educativi.
Divertendo, esse vogliono sempre insegnarci qualcosa: su noi stessi, sui nostri comportamenti, sui nostri difetti per aiutarci a correggerli.

Un giorno una volpe affamata passò accanto a una vigna e vide alcuni bellissimi grappoli d'uva che pendevano da un pergolato.
- Bella quell'uva! - esclamò la volpe e spiccò un balzo per cercare di afferrarla, ma non riuscì a raggiungerla, perchè era troppo alta. Saltò ancora e poi ancora e più saltava più le veniva fame.
Quando si accorse che tutti i suoi sforzi non servivano a nulla disse: - Quell'uva non è ancora matura e acerba non mi piace! - E si allontanò dignitosa, ma con la rabbia nel cuore.

La favola è scritta per coloro che disprezzano a parole ciò che non possono avere.
morale: Cosi, anche fra gli uomini, c'è chi, non riuscendo, per incapacità, a raggiungere il suo intento, ne dà la colpa alle circostanze.

9.8.09

La bacchetta magica





La bacchetta magica è uno strumento fondamentale nelle fiabe per i maghi e per le fate.
Serve da elemento di trasmissione tra la forza magica e il mondo: attraverso al bacchetta magica la forza si incanala e può agire direttamente sulal persona o la cosa, spesso trasformandone l'essenza.

In realtà la "bacchetta magica", come strumento di potere, sia religioso-magico che politico, compare nelal notte dei tempi.
Nelle caverne sono stati rinvenuti graffiti raffiguranti figure umane che tenevano in mano delle asticelle, simbolo di potere e prestigio.

I personaggi della corte del faraone erano spesso dotati di bacchette, come si vede nei dipinti murali delle piramidi.

Il dio greco Hermes, messaggero degli dei e conduttore delle anime dei morti agli inferi, possedeva una particolare bacchetta chiamata “Caduceo”, con due serpenti intrecciati.
Secondo Omero una bacchetta magica possedeva anche la maga Circe, con la quale trasformava i suoi prigionieri in porci.

Forse l'idea della bacchetta magica deriva dai bastoni degli Sciamani, specialmente dell'Asia centrale e Siberia, usati per colpire il terreno nelle cerimonie religiose.

Anche nella Bibbia il bastone di Mosè, che si tramuta in serpente e con il quale colpisce l'Egitto con le piaghe è interpretabile come un oggetto simile ad una bacchetta magica.
Anche in molti affreschi del III e IV secolo, all'interno delle catacombe, Cristo viene rappresentato con un bastone simile ad una bacchetta magica o a uno scettro del potere.

La funzione del bastone o bacchetta di operare il passaggio o flusso continuo tra il mondo dei vivi e quello soprannaturale è ben esemplificato da Virgilio che descrive nell'Eneide il "ramo d'oro" senza cogliere il quale Enea non può varcare la soglia dell'aldila':

3.8.09

Una favola per il cuore


CALDOMORBIDI e FREDDORUVIDI

C’era una volta un luogo, molto molto tempo fa, dove vivevano delle persone felici. Due di queste persone, Vera e Luca, vivevano con i loro due figli Elisa e Marco.
In quei giorni felici, quando un bambino nasceva, trovava sempre nella sua culla un piccolo, soffice e caldo sacchetto morbido. E quando il bambino infilava la sua manina nel sacchetto, poteva sempre estrarne un… CALDOMORBIDO!
I CALDOMORBIDI a quel tempo erano molto diffusi, perché in qualunque momento una persona ne sentisse il bisogno, poteva prenderne uno e subito si sentiva calda e morbida a lungo.
Vivere con abbondanti CALDOMORBIDI era, per gli abitanti di questo paese, oltre che un grande piacere, una necessità. Essi sapevano, infatti, da rari casi che si erano manifestati, che la mancanza di CALDOMORBIDI poteva portare ad una strana malattia che avrebbe, piano piano, curvato la spina dorsale e addirittura, in certi casi, fatti prima appassire e poi morire.
Naturalmente in quei giorni era molto facile avere dei CALDOMORBIDI. Si incontrava sempre qualcuno che ne dava e qualcuno che ne prendeva. Qualche volta perché richiesti, altre perché era un piacere distribuirne. NON C’ERA NESSUN IMBARAZZO NEL RICEVERLI, NEL DARLI, NEL CHIEDERLI.
Quando uno, cercando nel suo sacchetto, tirava fuori un CALDOMORBIDO, questo aveva la dimensione di un piccolo pugno di bambino che subito, vedendo la luce del giorno, sorrideva e sbocciava in un grande e vellutato CALDOMORBIDO. E quando veniva posto sulla spalla di una persona, o sulla testa, o sul petto e veniva accarezzato, piano piano si scioglieva, entrava nella pelle e permetteva subito a questa persona di sentirsi bene a lungo. La gente si frequentava molto e si scambiava CALDOMORBIDI. Naturalmente erano sempre GRATIS e averne a sufficienza non era mai un problema.
Con questa abbondanza di CALDOMORBIDI, in quel paese tutti erano felici, caldi e morbidi la maggior parte del tempo.
Ma un brutto giorno la strega cattiva, che viveva da quelle parti, si arrabbiò perché nessuno aveva bisogno di lei, delle sue pozioni e dei suoi unguenti. Allora studiò un piano diabolico.
In una bella mattina di aprile, mentre Vera giocava felice in un prato con i bambini, avvicinò Luca e gli sussurrò all’orecchio:”Guarda come Vera sta sprecando tutti i suoi CALDOMORBIDI dandoli ad Elisa. Sai, se Elisa li prende tutti, può darsi che alla fine non ne rimangano più per te.”
Luca rimase a lungo pensieroso. Poi si voltò verso la strega e disse:”Intendi dire che non troveremo più un CALDOMORBIDO nel nostro sacchetto ogni volta che lo cercheremo?” e la strega trionfante:”Proprio così! Quando saranno finiti non ne avrai assolutamente più!” e volò via sghignazzando. Luca fu molto colpito da quelle parole e da quel momento cominciò ad osservare e a ricordare tutte le volte che Vera dava CALDOMORBIDI a qualcun altro.
Da allora prese ad essere timoroso e turbato, perché gli piacevano i CALDOMORBIDI di Vera e non voleva proprio rimanerne senza. Così cominciò ad intristirsi tutte le volte che vedeva Vera dare un CALDOMORBIDO a qualcun altro. E poiché Vera gli voleva molto bene, smise di regalare CALDOMORBIDI agli altri riservandoli solo per lui.
I bambini, vedendo questo, cominciarono a pensare che fosse cosa cattiva dare CALDOMORBIDI a chiunque e in qualsiasi momento si desiderasse darli o riceverli.
Piano piano, senza neanche accorgersene, diventarono sempre più timorosi di perdere qualcosa. Tenevano d’occhio i loro genitori e, quando vedevano che uno dava un CALDOMORBIDO all’altro, impararono a mostrarsi tristi. Dunque i loro genitori se ne davano sempre di meno e di nascosto, perché pensavano che, in tal modo, non li avrebbero fatti soffrire.
Sappiamo bene come sono contagiosi i timori. Infatti, in men che non si dica, queste paure si sparsero per tutto il paese e ben presto le persone si scambiavano sempre meno CALDOMORBIDI.Nonostante ciò, potevano trovare sempre nel loro sacchetto un CALDOMORBIDO, quando lo cercavano. Ma cominciarono a cercare sempre meno, diventando intanto sempre più avari.
Ben presto si cominciò a sentire la mancanza dei CALDOMORBIDI e la gente sentiva meno caldo e meno morbido.
Poi alcuni di loro cominciarono ad incurvarsi e ad appassire e, talvolta, qualcuno perfino moriva.
Quella malattia che era così rara prima della venuta della strega, ora colpiva sempre più spesso.
Gli affari della strega andarono presto a gonfie vele. Le sue pozioni e i suoi unguenti andavano a ruba. Ma le persone non sembravano stare meglio. La situazione peggiorava di giorno in giorno e la strega cattiva, che in realtà non aveva convenienza nel fatto che la gente morisse, escogitò un nuovo piano.
Fece distribuire a ciascuno un sacchetto apparentemente simile a quello dei CALDOMORBIDI, soltanto che era…freddo.


Dentro il sacchetto della strega c’erano, infatti, i FREDDORUVIDI che facevano sentire la gente fredda e ruvida, non calda e morbida.
Il piano della strega era ben studiato: i FREDDORUVIDI impedivano, infatti, che la schiena della gente si incurvasse più di tanto e, anche se sgradevoli, servivano per tenere in vita le persone.
Così, tutte le volte che qualcuno diceva:”vorrei un CALDOMORBIDO” la gente, che era arrabbiata e intristita, rispondeva:”Non ti posso dare un CALDOMORBIDO, non ne ho neanche per me, gradisci un FREDDORUVIDO?”
A volte capitava che due persone che passeggiavano insieme pensavano, ad un certo punto, che avrebbero potuto scambiarsi un CALDOMORBIDO. Ma, aspettando ciascuno che fosse l’altra persona ad offrirli, finivano per cambiare idea e, alla fine, quello che si scambiavano erano invece dei FREDDORUVIDI.
Stando così le cose, certo la gente non moriva più con la frequenza di prima, ma un sacco di persone erano sempre infelici e sentivano troppo freddo e troppo ruvido.
Questo fu un periodo d’oro per gli affari della strega, che appariva come colei che salvava la gente da questa misteriosa epidemia.
La situazione era preoccupante.
I CALDOMORBIDI, che una volta erano disponibili come l’aria, divennero un bene prezioso e questo fece sì che la gente fosse disposta ad ogni sorta di cose pur di averne.
Altri parevano aver rinunciato per sempre ai CALDOMORBIDI, davano e prendevano FREDDORUVIDI.Altri ancora avevano inventato dei trucchi per camuffare i FREDDORUVIDI: gli davano un’apparenza piacevole e morbida e li spacciavano per CALDOMORBIDI. Questi venivano chiamati”CALDOMORBIDI DI PLASTICA” e combinavano guai ancora maggiori.
Per esempio, quando due persone volevano scambiarsi dei CALDOMORBIDI, pensavano che si sarebbero sentiti bene, ma succedeva che nulla cambiava: continuavano a sentirsi come prima e anche un po’peggio. Ma poiché pensavano in buona fede di essersi scambiati dei CALDOMORBIDI genuini, rimanevano molto confusi e disorientati non comprendendo che il loro freddo e le loro sensazioni sgradevoli erano il risultato del fatto che si erano scambiati FREDDORUVIDI.
La situazione era sempre più grave. I CALDOMORBIDI diventavano sempre più rari e adesso guardati anche con sospetto: “Sarà un CALDOMORBIDO genuino o contraffatto? O forse mi arriverà un FREDDORUVIDO?” C’era dovunque paura… diffidenza… tristezza e tutto questo era iniziato il giorno in cui la strega aveva convinto le persone che a forza di scambiarsi CALDOMORBIDI, nel momento del bisogno, non ne avrebbero più trovati nel loro sacchetto.
Un giorno una graziosa e florida donna nata sotto il segno dell’Acquario, giunse in quel paese sfortunato. Poiché non provava nessun timore che i suoi CALDOMORBIDI finissero, li donava liberamente, anche quando non erano richiesti.
Naturalmente erano molti quelli che la disapprovavano, anche perché pensavano che questo fosse sconveniente, soprattutto per l’educazione dei bambini.
Ma lei piaceva molto ai bambini, tanto che la cercavano in ogni momento. Così anche i bambini cominciarono a provar gusto a dare CALDOMORBIDI agli altri, se ne avevano voglia.
Poiché c’erano molti bambini, forse più dei benpensanti… apparve subito chiaro che la cosa era molto difficile da contenere.
A questo punto sarebbe interessante sapere come andò a finire…
Quella trasformazione si sparse ovunque nel paese e forse toccò anche il luogo dove voi vivete. E se volete, e io sono sicuro che voi volete, potete unirvi ai bambini nell’offrire, nel chiedere, nel ricevere tanti CALDOMORBIDI genuini. In questo modo non vi sarà più il rischio che la vostra spina dorsale si ripieghi facendovi appassire e vivrete sempre sani e felici.


Questa favola è stata scritta dallo psichiatra Claude Steiner, uno dei primi analisti transazionali che si è occupato di CAREZZE.
Nel suo libro “LE CAREZZE COME NUTRIMENTO“, spiega in modo fantastico l’importanza del contatto fisico in ogni rapporto di affetto, a partire da quello tra genitori e figli.


“LE CAREZZE SONO QUELLE CHE TRASFORMANO UN NEONATO IN UN BAMBINO, UN BAMBINO IN UN ADOLESCENTE E UN ADOLESCENTE IN UN UOMO O IN UNA DONNA”


..C’è da rifletterci insieme..cari amici del cuore :-)


Nota: La versione originale di questa favola si intitola “Warm Fuzzy Tale” pubblicato nel ‘69 è corredato di splendide illustrazioni

Per conoscere meglio CLAUDE STEINER, vai su
http://www.emotional-literacy.com/

Per una spiegazione dei Principi base dell’Analisi Transazionale,
vedere la pagina Web:http://www.emotional-literacy.com/coreit.htm

Fiaba più vera della REALTA'


Fiaba più vera della REALTA'
di Michiamomari

C'era una volta una città così divertente che era famosa in tutto il mondo. I suoi abitanti infatti, lavorando e commerciando senza curarsi d’altro, l'avevano resa favolosamente ricca: i negozi e le strade traboccavano di cose belle, cibi meravigliosi e divertimenti di ogni tipo, che facevano l’invidia di tutte le città più povere. SOLO il Consiglio che la dominava sapeva che dietro questa favolosa ricchezza non c’era solo il lavoro… ma anche un segreto che non si poteva dire. In un rifugio sotterraneo era infatti nascosto un enorme ratto, creatura orribile a vedersi, ma meravigliosa: invece di far la solita, inutile cacca a pallini, questo essere CAGAVA ORO. Veri, grossi, pezzi d’oro! Bastava nutrirlo! E il Consiglio dei Potenti lo nutriva senza posa, si riempiva le tasche e le casseforti erano ancora piene di denaro. C’era solo un piccolo inconveniente: in proporzione a quanto mangiava, il magico ratto espelleva continuamente da sè anche altri topi, che sgattaiolavano via verso le fogne. Ma si sa, nelle fogne i topi ci son sempre stati, e nessuno se ne preoccupava

Sennonché un giorno, improvvisamente, ne furono così piene che cominciarono a traboccare, e un’onda scura di ratti iniziò a risalire verso le strade. All’inizio i ricchi non se ne preoccupavano... infatti erano più che altro i più poveri a essere colpiti. Ma poi quel flagello invase tutta la città e, raggiungendo ogni anfratto, appestò l’acqua e ogni cosa. Cosa farsene di tutti quei divertimenti, quel cibo, quei bei vestiti? Nessuno osava più uscire di casa, tutti erano pelle e ossa per paura di mangiare cibo contaminato e non si sapeva più dove scappare… non c’era più spazio neanche per innamorarsi, i topi erano come orrendi pensieri che invadevano perfino i sogni. Nessuno, nessuno, NESSUNO sapeva più cosa fare. Ed ecco che quando la città è ormai alla disperazione, passa di lì un pifferaio magico. I pifferai magici, si sa, incantano chiunque: sanno ammaliare e possono far sembrare verità la menzogna. Ma questo volle prendersi gioco dei potenti e fece un patto con loro: io libererò la città dai topi, disse, ma non voglio denaro.. in cambio voglio solo la soddisfazione di vedervi dire la verità al vostro popolo. Non ci fu niente da fare, e non c’era più tempo da perdere… ancora un po’ e sarebbero stati tutti divorati. Così il Consiglio fu costretto ad accettare.
Il pifferaio iniziò a suonare, e tra una nota e l’altra cantava: “o topi, il mondo non è che una grande credenza.. ". Questa musica somigliava al rumorino del cacio quando vien grattato, delle mele mature pestate nel mortaio, nei suoi occhi guizzavano fiamme nere.. Ed ecco i ratti affacciarsi da ogni buco e un rosicchìo assordante levarsi come un tuono. Il pifferaio camminava, e i topi dietro. Finché sull’orlo del fiume lui si fermò all’'improvviso, e come una sola, enorme massa compatta essi finirono nell’acqua, che ruggendo li portò via tutti tra mille guizzi d’argento.

Che festa ovunque! In un istante la gioia tronò fra le strade di Hamelin.
Ma il pifferaio non era caduto nel fiume. Gettando guizzi neri dai suoi occhi, si presentò al Re, e disse: ora voglio il mio pagamento. Il Re smise di ridere, impallidì e si sentì svenire. Ah no, eh, questa poi no.. chiedimi qualunque cosa..ma se dirò da dove viene l’oro il popolo ucciderà il ratto! Diventeremo poveri! Ti darò tanto oro quanto pesi. Scampato il pericolo, il Re non se la sentiva di mantenere la promessa. Ma il pifferaio non era abituato a farsi truffare, e non aveva voglia di discutere. Si girò sui tacchi e fece la sua vendetta.
Se ne andò, suonando nel suo piffero una strana melodia. Erano tutti così occupati a divertirsi e a festeggiare che non si accorsero che, ipnotizzati da quella musica, i bambini uscivano dalle case e facevano un lungo corteo dietro a quella musica, nessuno, poteva più sentire altro suono, e quando la gente iniziò a seguirli, a chiamare e a gridare era ormai troppo tardi. Il pifferaio arrivò indisturbato, con il suo bottino vivente, fino a una grossa montagna. Questa si aprì, li inghiottì e si richiuse su di loro per sempre, mentre la città restò sola coi suoi vecchi, l’oro e i topi.

Ma… c’è sempre un MA, per fortuna. Uno, UNO SOLO, fra i bambini, era rimasto fuori… il più piccolo, che non riusciva a stare al passo con gli altri. Vedendo la caverna richiudersi, e tutti i bambini sparire… restò lì tristissimo. Si sentiva terribilmente solo; si struggeva dal desiderio di raggiungere gli altri bambini. Neanche lui sapeva come gli venne quell’idea! Sarà perché anche la sua mamma suonava, e anche a lui il suo papà aveva costruito un piccolo flauto con un pezzo di canna. Fatto sta che estrasse il suo piffero, e davanti alla grande porta di pietra iniziò a suonare le sue note. Erano così maldestre! Ma una forza più grande di lui lo spingeva a suonare, e a suonare, tre giorni e tre notti suonò. Finché le note si fecero più limpide, e penetrarono in alcune fessure nella montagna, e raggiunsero i suoi anfratti segreti. Oh, anche la montagna ha pur sempre un cuore! Come poteva non commuoversi? La roccia iniziò a tremare, come un cuore che si innamora, ed ecco che la grande porta lentamente si aprì. I bambini rivedendo il sole si svegliarono di colpo dal loro torpore, e si riversarono fuori gridando e cantando.
Come si può descrivere la gioia che invase la città, che si credeva ormai morta, e perfino il Re, che si struggeva nel rimorso?
E come sapremo mai se, per il futuro, essi seppero rinunciare al denaro e ai suoi topi, per la gioia che non si può comprare?

22 luglio 2009 di Michiamomari

LEGGERE LE FIABE AI BAMBINI


"Quando l'uomo smette di sognare, si ammala!"


Leggere le fiabe ai bambini…


La lettura è un atto del sentimento, un gesto di creazione, una zona ove esercitare la propria libertà:e la base dell’educazione civile



Grazie ai maghi, alle fate e alle principesse, si può imparare a riaccendere la fantasia e la creatività.
A riaprire il nostro cuore.

La verità è che, da GRANDI, non riusciamo piu ad esprimere le nostre gioie, le nostre paure.

Le fiabe, che arrivano direttamente alla coscienza attraverso dei simboli, ci aiutano anche ad affrontare i nostri problemi.
Infatti le fiabe della tradizione trasmettono un insegnamento millenario presente in tutte le culture: un metodo semplice ed efficace per trasformare l'atteggiamento nei confronti della vita e favorirci, quando qualcosa ci sembra impossibile. Le fiabe sono un potente mezzo sia per affrontare situazioni che sembrano non avere sbocchi, sia come strumento per riscoprire la propria creatività, fantasia ed i propri talenti. Sorprendenti, come le stesse fiabe, sono i risultati nelle terapia individuali.

Il RESPIRO in psicologia.

Assieme alle fiabe anche il respiro ha un ruolo di prima piano nella espansione della potenzialità dell'uomo: costituisce un valido strumento in campo psicologico e permette di affrontare naturalmente ed efficacemente grandi e piccole difficoltà moderne, come ansia, attacchi di panico, depressione, alti e bassi emozionali difficili, stress, stanchezza mentale, difficoltà di memoria e concentrazione, per arrivare all'essenza e permetterle di manifestarsi in tutto il suo splendore nella vita di ogni giorno.
"A chi nel cuore è ancora un bambino a tutti i piccoli d'ogni età grazie perchè è bellissimo essere sempre bambini"


Le favole servono a stimolare la fantasia dei bambini, la quale sfocia in due strada. I sogni e la arte.
Lasciare che il bambino sfoghi la propria fantasia solo nei sogni, non l'aiuta a crescere,
Sarebbe bene incanalare la fantasia del bambino sul'unica strada che li porti ad esprimere
le esperienze interiori in modo sano e formativo.
L'arte rimane l'espressione piu alta di ciò che ogni individuo riesce a comunicare del proprio mondo interiore.
E cosi la musica, la pittura, la recitazione, la danza e tutto ciò che è arte, porta la persona a rendersi
libera di esprimersi il modo di recepire il mondo esterno.

Le favole dove sono?
Ce n'è una in ogni cosa.
nel legno, nel tavolino,
nel bicchiere, nella rosa.
La favola sta li dentro
da tanto tempo, e non parla:
è una bella addormentata
e bisogno svegliarla.
Ma se un principe, o un poeta,
a baciarla non verrà
un bambino la sua favola invano aspetterà.

DIFFERENZA FRA FIABE E FAVOLE


DIFFERENZA FRA FIABE E FAVOLE

Esiste una differenza tra fiabe e favole. In entrambi i casi si tratta di brevi narrazioni in prosa o in versi.
La favola ha come protagonisti immaginari animali, piante o esseri inanimati cui si attribuiscono virtù e vizi umani, e i suoi contenuti hanno spesso intenti didascalici o morali.
La fiaba, invece, dove i protagonisti sono solitamente esseri umani alle prese con entità sovrannaturali (streghe, fate, gnomi, orchi ecc.) e oggetti dotati di virtù magiche, svolge più semplicemente una funzione di intrattenimento infantile.
Entrambi i tipi di narrazione hanno comunque strutture molto simili, come rivela del resto la comune etimologia latina, fabula, un termine che deriva dal verbo fari (parlare) e che richiama dunque l'importanza della comunicazione orale in questo genere espressivo.
La differenziazione tra favola e fiaba può essere considerata come un'evoluzione diversa del medesimo genere in contesti culturali differenti: la favola è più vicina a tradizioni classiche e mediterranee; la fiaba risente maggiormente delle influenze folcloristiche delle civiltà nordiche.
La favola Tra le più antiche favole di animali troviamo quelle del greco Esopo (VI secolo a.C.), ampiamente diffuse nel mondo greco e latino, dove furono riprese da Fedro (I secolo d.C.). In età bizantina, la raccolta curata dal monaco Massimo Planude costituì per molto tempo una delle principali fonti di conoscenza della favolistica antica.
La più famosa raccolta indiana, il Pañcatantra (IV secolo ca. d.C.), venne tradotta in oltre cinquanta lingue esercitando notevoli influssi sulle letterature occidentali.
In età medievale, quando gli intenti della favola divennero più esplicitamente moraleggianti, gli esempi più interessanti comparvero nella letteratura francese, dove, oltre alle favole di Maria di Francia (XII secolo), troviamo il Roman de Renart, satira su vizi e debolezze della società dell'epoca.
La favola ebbe la massima affermazione nel Seicento, ancora in Francia, nell'opera di La Fontaine (1668-1694), i cui contenuti non sono più subordinati all'esposizione della morale conclusiva, ma diventano narrazioni autonome.
Nel Settecento i principi teorici del genere favolistico vennero esposti dal tedesco Gotthold Ephraim Lessing, mentre il poeta inglese John Gay scrisse favole particolarmente briose e originali. Dello spagnolo Tomás de Iriarte y Oropesa si ricordano le Fábulas literarias (1782).
La fiaba Nell'Ottocento furono pubblicate le fiabe del famoso scrittore danese Hans Christian Andersen, molte delle quali sono in realtà favole.
Negli Stati Uniti, a partire dalle Fables in Slang (1890), di George Ade, si sviluppò una particolare forma di favola contemporanea, i cui autori principali furono Ambrose Bierce, James Thurber e William Saroyan.Tra le più importanti raccolte di fiabe ricordiamo: Lo cunto de li cunti (1634-1636) del napoletano Basile, I racconti di Mamma Oca (1697) del francese Perrault, le famosissime Fiabe per bambini e famiglie (1812-1824) dei fratelli Grimm, le Fiabe popolari russe (1863) di Alexandr Afanas'ev e le Fiabe irlandesi di William Butler Yeats. Di notevole interesse sono inoltre le Fiabe italiane
regionali (1956) raccolte e rielaborate da Italo Calvino, e molto istruttivi sono tutti i libri di favole e filastrocche dello scrittore per l'infanzia Gianni Rodari. Un indispensabile punto di riferimento nell'analisi delle strutture e dei motivi ricorrenti nel racconto di magia è la Morfologia della fiaba -192 di Vladimir Propp.-

27.7.09

12 mesi di fiori e favole


Gennaio: IL CROCUS
Febbraio: LA PRIMULA
Marzo: il NARCISO
APRILE : LA VIOLA MAMMOLA
Maggio: IL TULIPANO
Giugno: IL PAPAVERO
Luglio: IL FIORDALISO
Agosto: IL GIRASOLE
Settembre: LA STELLA ALPINA
Ottobre: IL VIBURNO
Novembre: IL CRISANTEMO
Dicembre: L'ELLEBORO




12 mesi di fiori e favole


Gennaio: IL CROCUS

Secondo la tradizione popolare ladina, il croco è un fiore di origine divina che vuole ricordare la generosità di un nobile principe.
Mandato dal padre a conoscere la futura sposa, il principe Labino partì con un gran seguito e un ricco tesoro da portare in dono. Strada facendo, però, distribuì tutti i suoi averi ai bisognosi che incontrò, tanto che rimase senza nulla. Allora il suo seguito lo abbandonò e Labino continuò il viaggio da solo, avvolto in un mantello di seta viola foderato di raso bianco. Era la sua ultima ricchezza, ma non esitò a privarsene, quando trovò sulla via un vecchio infreddolito. Ormai Labino era talmente povero che rinunciò a presentarsi alla promessa sposa. E restò sui monti, ad aiutare un pastore. In inverno il principe si ammalò. Sentendo vicina la fine, chiamò il pastore. Gli chiese di poter dormire per l'eternità in un prato ai margini del bosco e di fare avere al re, suo padre, i fiori che sarebbero sbocciati sulla sua sepoltura. Il pastore poté rispettare solo la prima delle volontà di Labino, perché la neve era ancora alta e nessun fiore riusciva a sbocciare. Una notte, all'uomo apparve in sogno il Signore che gli disse di andare alla tomba, il mattino dopo. E l'indomani, fu grande la meraviglia del pastore nel trovarla coperta da un mantello di teneri fiori violetti che sbucavano dalla neve scintillante.
Un dono di Dio affinché lui potesse esaudire l'ultimo desiderio di Labino.


Febbraio: LA PRIMULA

Un'antica fiaba Boèma racconta che in un'estate lontana e molto afosa, un re insofferente per il gran caldo maledì la stagione, invocando il gelo.
Subito fu accontentato e la Regina dell'Inverno arrivò su una carrozza di ghiaccio, per avvolgere il regno in un freddo pungente. Trascorsero i mesi e, notando che il gelo non accennava ad andarsene, il re cominciò a preoccuparsi, perché i suoi sudditi erano sempre più infelici. Anche sua figlia, la principessa Valentina, si era intristita e trascorreva il tempo davanti al camino, in attesa di una primavera che non arrivava mai. Un giorno, proprio dalle fiamme che Valentina stava osservando, prese forma una fanciulla incoronata di fiori, con in mano una piccola pianta. La visione disse alla principessa di essere la Primavera e le spiegò che per rompere l'incantesimo del freddo perenne, occorreva un altro incantesimo, quello del richiamo. Quindi le consegnò la pianticella verde e le disse di interrala in giardino. La principessa tentò subito di farlo, ma la terra gelata era dura come sasso e le sue mani si ferirono, fino a farla piangere per il dolore. Le lacrime calde caddero nel terreno, che si ammorbidì e lei poté finalmente interrare la piantina. Subito i boccioli si dischiusero in tanti fiorellini gialli come il sole. E, richiamata da quel cespo fiorito, tornò la Primavera. La gente, felice, riprese ad uscire e quando vide il nuovo fiore che aveva avuto la forza di vincere il freddo, lo chiamò primula, ossia primo fiore.


Marzo: il NARCISO

La storia del narciso trae l'origine dal mito greco di Narciso, il bellissimo figlio di una ninfa e di un fiume. Di lui erano innamorate tutte le ninfe del bosco e più di ogni altra Eco, che un giorno riuscì finalmente a dichiarargli tutto il suo amore. Lui, però, non provò che noia per i sentimenti della ninfa e si allontanò da lei, lasciandola umiliata e addolorata.
Eco, allora, supplicò il cielo di fare giustizia e di condannare Narciso ad amare qualcuno che non avrebbe avuto mai. Gli dei vollero accontentarla e, quando il giovane si avvicinò a una fonte per dissetarsi, lo fecero innamorare dell'immagine che vide riflessa nell'acqua, cioè di se stesso.
Qualcuno dice che, spinto dal desiderio di toccare quell'immagine, Narciso scivolò in acqua e annegò; altri sostengono che rimase a così lungo a rimirarsi su quella riva che vi morì. Ma tutti sono d'accordo su ciò che successe dopo. Là dove lui lasciò la vita, nacque un bellissimo fiore la cui corolla ripiegata sullo stelo sembrava rispecchiarsi nell'acqua.
Quel fiore divenne il simbolo della vanità e fu chiamato narciso.


APRILE : LA VIOLA MAMMOLA

La mitologia greca narra che fu Zeuss, il re degli dei, a far spuntare le prime viole. Ma per spiegarne il motivo, occorre raccontare di quando il dio si innamorò della bellissima IO, ninfa fluviale e sacerdotessa della sua sposa, Hera. Per sedurre la fanciulla, Zeuss mandò sulla terra una fitta nebbia entro cui Io smarrì la strada di casa. In quella nebbia lui comparve e l'amò, certo che nessuno potesse vederlo. Ma Hera, insospettita per le continue infedeltà di Zeuss. scese dall'Olimpo ordinando alla nebbia di dissolversi.
Al re degli dei rimase giusto il tempo di trasformare Io in giovenca, prima che la moglie lo trovasse. Hera non si lasciò ingannare dalla sua aria innocente e chiese ed ottenne di avere in dono la giovenca. Temendo poi che il marito se la riprendesse, affidò l'animale alla custodia di Argo, il gigante dai cento occhi. Chiusa nel corpo della giovenca, Io soffriva e faticava anche a nutrirsi, poiché l'erba dei prati era ispida e dura. Zeuss, allora per timore che la bella da lui amata morisse, fece spuntare tra l'erba piccoli fiori dolci e profumati dal colore violetto come gli occhi di lei.
E anche dopo che Zeuss ebbe restituito ad Io le sue sembianze, quei fiori, che i greci chiamano ION, fiori di IO, continuarono a fiorire tra l'erba ad ogni primavera.


Maggio: IL TULIPANO

Una leggenda orientale attribuisce l'origine del tulipano a una toccante storia d'amore. In un villaggio della Persia viveva un artigiano di tappeti che aveva una figlia di nome Ferhad. I tappeti dell'uomo erano così belli che molti mercanti venivano dalla capitale, Isfahan, per comprarli. Mentre erano al villaggio, i mercanti decantavano le magnificenze della città e Shirin, il giovane apprendista promesso sposo di Ferhad, ascoltava con attenzione. Shirin era molto ambizioso e quando venne a sapere che nella capitale cercavano artigiani, decise di partire, promettendo a Ferhad di tornare presto per farla sua sposa. Passò molto tempo e poiché Shirin non tornava, Ferhad sellò un cavallo e partì per andarlo a cercare. Viaggiò a lungo e quando vide la città all'orizzonte era così stremata che cadde da cavallo, slogandosi una caviglia. L'animale fuggì e Ferhad fu costretta a proseguire trascinandosi a carponi. Le pietre aguzze, tuttavia, le provocarono ferite mortali e lei non arrivò mai a Isfahan. Ma la terra, che bevve il suo sangue, generò grandi fiori rossi, a testimonianza del suo amore: i tulipani.


Giugno : IL PAPAVERO

Una leggenda che prende spunto dalla mitologia, collega l'origine del papavero alla vicenda di Proserpina, la bellissima figlia di Giove e della dea della Terra, che un giorno di giugno, mentre coglieva fiori in un prato di Sicilia, fu rapita da Plutone, dio degli inferi, che volle farla sua sposa.
Quando la madre di Proserpina, Demetra, venne a sapere che la figlia avrebbe trascorso il resto dell'esistenza nel mondo sotterraneo su cui regnava Plutone, si disperò e corse a chiedere a Giove di intervenire.
Giove, tuttavia, non fece nulla. Anzi, tentò di convincere Demetra della felice sorte che aveva avuto la loro figlia, divenuta regina. Ma Demetra non si lasciò lusingare e, presa dal suo dolore, cessò di occuparsi della Terra, tanto che presto ogni cosa avvizzì. Giove, allora, cominciò a temere per la vita delle creature e pregò Demetra di tornare a compiere il suo dovere. In cambio avrebbe convinto Plutone a lasciare tornare sulla terra Proserpina per almeno sei mesi ogni anno. Così fu e quando a primavera Proserpina tornò alla luce del sole, i prati si coprirono di erbe e fiori e tra le spighe di grano sbocciarono i papaveri, il cui caldo colore doveva ricordare a Proserpina la passione dello sposo che l'aspettava.


Luglio : IL FIORDALISO

In Alto Adige si racconta di una principessa molto buona e bella, con grandi occhi del colore del cielo, che si chiamava Drusilla e viveva serena in un castello. Un giorno, un cavaliere si smarrì nei boschi e chiese ospitalità alla principessa che nel vederlo se ne innamorò. Il suo amore fu subito ricambiato e presto il cavaliere la chiese in moglie. Per qualche tempo i due sposi vissero felici, ma con l'arrivo dell'inverno, il cavaliere si fece triste ed irrequieto. Stare sempre rinchiuso nel castello lo annoiava, perciò decise di partire, promettendo a Drusilla di ritornare nella bella stagione. Lei, che desiderava vederlo felice, lo lasciò andare e, allo sbocciare della primavera, cominciò ad aspettarlo. Ma arrivò anche l'estate e lui non tornò. La delusione fu così grande che Drusilla si ammalò e disse alle fide ancelle che avrebbe voluto morire per porre fine al suo dolore, ma anche vivere per vedere tornare il suo amore. Le ancelle piansero, dicendo che se lei fosse morta, sarebbero morte anche loro. Quei discorsi furono ascoltati dalla Fata dei Fiori che, mossa a pietà per tanta devozione, sia da parte della sposa per il marito, sia da parte delle ancelle per la principessa, fece morire ed insieme vivere Drusilla e le sue ancelle. Trasformò le ancelle in fiori di cicoria, azzurri come i loro occhi, e la principessa in Fiordaliso che da allora, ad ogni bella stagione, sbocciano insieme sul ciglio delle strade o nei campi, sempre sperando di veder comparire il lontananza il cavaliere.


Agosto : IL GIRASOLE

Una leggenda racconta di un ragazzo di nome Giovanni che aveva lasciato la sua casa per compiere un'impresa da vero uomo ed era riuscito nell'intento salvando il sole da un drago che voleva oscurarlo.
Durante l'assenza, però, una strega aveva sorpreso la sua fidanzata, Caterina, a girare intorno alla casa vuota e l'aveva trasformata in uno steccato, dicendole che sarebbe tornata fanciulla solo se avesse avuto vicino il sole di notte. Quando Giovanni arrivò a casa, trovò la sua abitazione recintata.
Sconcertato, si sedette in giardino e intanto scese la notte.
Nel silenzio, sentì la voce di Caterina, imprigionata nello steccato, che gli raccontò l'accaduto. Giovanni allora chiese aiuto al Vento del Sud che volò a casa del sole e si fece dare uno dei suoi raggi. Poi lo lasciò cadere a terra chiuso in un seme e gli uccelli lo portarono allo steccato, dove Giovanni lo piantò e innaffiò di lacrime. Subito spuntò un fiore grande e giallo. Sotto quel sole notturno, l'incantesimo si ruppe e Caterina potè riabbracciare il fidanzato. Nei giorni seguenti, i due innamorati notarono che il nuovo fiore seguiva il percorso del sole. E lo chiamarono Girasole.


Settembre: LA STELLA ALPINA

Narra una leggenda ladina che in un paesino ai piedi di un monte viveva un giovane mugnaio, CEPIN, innamorato della bella e superba figlia del borgomastro. Quando CEPIN si dichiarò, lei, che non lo riteneva alla sua altezza, lo sfidò a portarle l'acqua della vita. Era un'impresa impossibile perché quell'acqua sgorgava da una fonte sulla cima della montagna ed era protetta da nani malvagi. Ma CEPIN non si spaventò, prese una borraccia e scalò il monte. Arrivato in cima, vide la sospirata fonte e si avvicinò per riempire la borraccia, ma la superficie dell'acqua era liscia e dura come il vetro. Disperato, CEPIN disse che quell'acqua non era di vita, ma di morte, perché lui sarebbe morto, senza la fanciulla che amava.
Come per magia l'involucro duro si dissolse facendo apparire una distesa di fiori bianchi e vellutati a forma di stella. CEPIN ne colse un mazzolino e fece per andarsene, ma i nani lo catturarono e lo scagliarono giù dalla montagna. Mentre precipitava, le stelle gli sfuggirono di mano e si persero fra le rocce, dove da allora fioriscono ogni estate. Uno di quei fiori, però, si fermò sul cuore di CEPIN, salvandogli la vita. Dopo la brutta caduta, CEPIN capì che non valeva la pena di rischiare la vita per una donna capricciosa, così sposò una brava ragazza modesta e gentile.
E non se ne pentì mai.


Ottobre: IL VIBURNO

Una fiaba boèma racconta di un giovane di nome Lucindo che si mise in testa di diventare re e per questo lasciò la famiglia per seguire un mercante ebreo. In un paese deserto nel quale capitò per caso con il compagno, Lucindo fu messo alla prova dagli spiriti dei defunti. Lui fu generoso e caritatevole e diede sepoltura ai corpi delle anime tormentate.
Allora, sulla tomba ancora fresca, crebbe un cespuglio dai fiori bianchi e un pettirosso fatato disse a Lucindo che quei fiori di Viburno l'avrebbero reso invincibile. Il giovane ne colse qualcuno e proseguì il cammino, finche non giunse in un regno che aveva perduto da poco il re ed era governato da dodici savi. Su quel Paese gravava però la minaccia di un terribile drago con dieci teste, al quale ogni anno andavano sacrificati dieci giovinetti. Lucindo si offrì di andare ad affrontare il drago e, fiducioso nella sua invulnerabilità, per dieci volte decapitò la mostruosa creatura con il solo aiuto di un semplice bastone. Il popolo lo acclamò con tutti gli onori e lo fece re. L'amico ebreo rimase al fianco di Lucindo come consigliere. E ogni decisione importante venne sempre presa dai due passeggiando in giardino: una rigogliosa macchia di viburni che in primavera fioriva di nuvole bianche e in autunno si copriva di bacche vermiglie.


Novembre: IL CRISANTEMO

Una leggenda giapponese vuole che un tempo vivessero in un villaggio una graziosa fanciulla di nome Masako con i suoi genitori. Purtroppo i giorni della serenità cessarono di colpo, quando il padre della ragazza dovette partire per la guerra. Per qualche tempo madre e figlia si rassegnarono all'attesa. Ma quando fu certo che il padre di Masako non sarebbe più tornato, la madre si ammalò così gravemente di malinconia che Masako cominciò a temere di perdere anche lei. Disperata, si rivolse alla Dea del Sole per sapere quale rimedio avrebbe fatto guarire la madre. Ma la Dea scosse il capo. Le disse di tornare a casa, di scegliere un fiore del suo giardino e di contarne i petali. I giorni di vita della sua mamma sarebbero stati tanti quanti i petali del fiore. Purtroppo Masako non trovò che fiori con più di sette petali e la sua tristezza divenne grande. Poi però ebbe un'idea luminosa: tagliò ogni petalo del fiore prescelto in innumerevoli striscioline che corrispondevano ad altrettanti giorni. Fu così che nacque il crisantemo, un fiore generato dalla forza dell'amore di una fanciulla per la sua mamma.


Dicembre: L'ELLEBORO

Stando alla leggenda, il bel fiore dalla corolla candida e dal cuore d'oro, sbocciò per la prima volta nei giorni del Natale ad opera di un angelo.
Per questo è anche chiamato ROSA DI NATALE.
Davanti alla grotta del Bambinello sfilavano in quei giorni le genti ogni Paese. Poveri e ricchi, grandi e piccini, vecchi e giovani, giungevano da ogni dove per venire ad adorare il Redentore e ciascuno aveva un regalo da deporre ai suoi piedi, in cambio del grande dono che Lui aveva fatto all'umanità venendo al mondo. Ma nei pressi della grotta che accoglieva Gesù Bambino c'era una povera bambina infelice che avrebbe tanto desiderato farsi avanti con gli altri per vedere il neonato, ma che non osava farlo perché non aveva nulla da portare in dono. Così, nell'ombra, la piccina se ne stava a guardare e piangeva sommessamente.
Un angelo la vide e le si avvicinò chiedendole perché mai piangesse in mezzo a tanta felicità e la piccola gli mostrò le manine vuote, spiegando il motivo della sua tristezza. L'angelo allora sorrise e raccolse nella coppa della mano qualche lacrima della piccina. Poi si chinò e lasciò scivolare a terra quel pianto. Sotto lo sguardo stupito della bimba crebbe un folto cespuglio di foglie in mezzo al quale si aprirono le bianche rose di Natale.
L'angelo ne fece un mazzo, lo annodò coi fili d'oro dei suoi capelli e lo pose tra le braccia della bambina che, tornando a sorridere, lo portò a Gesù.

Un libro - Abecederbario





Abecederbario

di Donatella Neri
Illustratore: Marisa Moretti


Donatella Neri, toscana d’origine, cresciuta tra Udine e Padova e con una lunga presenza nelle scuole salentine come insegnante, ci offre questa interessante sequela di leggende e connotazioni botaniche su erbe e fiori che sovente abbiamo notato attorno a noi, ma dei quali poco o nulla sappiamo. Le illustrazioni di Marisa Moretti, nota disegnatrice friulana, aggiungono un gradevolissimo tocco di magica atmosfera a questa pubblicazione che l’editore Lupo inserisce nella sua ormai proverbiale produzione di editoria per bambini e ragazzi.


La società fra i due sensibili animi femminili trova ottima sintesi e buon accordo. La prosa semplice ma ricca di introspezione della Neri ben si sposa, infatti, con le immagini molto curate e piene di movimento che ci propone la Moretti.

Con una formula semplice ed efficace, mescolando armonicamente figure e narrazione, ecco questo singolare ''Abecederbario'', sintesi grammaticale di erbario in ordine alfabetico, ma anche di Sillabario delle erbe.

Fiori e leggende



FIORI E LEGGENDE

La rosa era anticamente consacrata alla dea Venere e tra le molte leggende che la riguardano la più nota è legata alla nascita di Afrodite, nuda, dalla schiuma del mare: pare che accanto le spuntasse un ceppo che il nettare degli dei fece fiorire in tante rose bianche.Una spina, conficcatasi nel tallone di Afrodite, fece uscire una goccia di sangue che tinse le rose di rosso.

La mitologia narra invece che il colore rosso delle rose derivi dal sangue di Adone ucciso da un cinghiale per volere di Marte, geloso della sua relazione con Venere.

Un mito greco racconta invece della dea Cloris che inciampando in una bellissima ninfa morta la trasformò in fiore: Afrodite aggiunse la bellezza, le tre Grazie la gioia e la seduzione, Dionisio il profumo delicato, lasciando a Zefiro il compito di allontanare con il soffio le nuvole in modo che Apollo potesse inondarlo di sole. Fu poi donato a Eros, dio dell'amore, che nominò la rosa "regina dei fiori".


Nella tradizione cristiana le rose sono dedicate alla Madonna.
Si racconta che cespugli spinosi di rose abbiano difeso Maria e Giuseppe nella fuga verso Betlemme, che rose spuntassero sul sepolcro e che fosse il sangue di Cristo a tingerle di rosso.
Accanto alla leggenda delle rose rosse del sangue di Cristo si sviluppa la versione che riscopre la rosa bianca lavata dalle lacrime della Madonna.
Nel Medioevo si moltiplicano i miracoli della Madonna legati alla rosa. Il termine Rosario, infatti,si unisce appunto alla visione delle rose, e al culto della Vergine.

Il mirto era caro ai greci, perché infondeva coraggio e potenza.
Ad Atene spettava ai poeti.
Era dedicato a Venere, dea della bellezza.

Si racconta che Afrodite, uscita nuda dalle acque, si rifugiasse per difendersi dalla concupiscenza dei fauni in un bosco di mirti, che le fu in seguito dedicato.

In Inghilterra, nei bouquet delle spose si unisce ai fiori tradizionali un rametto di mirto: per augurare protezione reciproca e amore completo.

La viola del pensiero cresceva in un grande prato verde. Nascosta ma profumatissima richiamava molti passanti che volevano godere del suo straordinario profumo. Temendo che l'erba così malamente calpestata si sciupasse e non desse più cibo e riparo ad altri animali, la viola rivolse al cielo una preghiera: che la gente non si occupasse più di lei e del suo profumo.
Il cielo ascoltò la preghiera: le tolse il profumo ma accrebbe la sua bellezza.

Il giglio deriva il suo nome dal celtico "li" che significa bianco.
I greci pensavano che, per la bellezza della forma e l'eleganza della struttura, fosse nato dagli dei.
Si narrava che Giunone, moglie di Giove, mentre allattava il figlio Ercole perdesse due gocce di latte: una si trasformò nella via Lattea, l'altra nel giglio.
Fu ancora l'intervento di Venere, con stami dorati, a mitigare il bianco eccessivo di questo elegantissimo fiore.

Il giacinto è legato alla mitologia greca.
Narra una leggenda che Zefiro e Apollo amassero entrambi Giacinto, un fanciullo di straordinaria bellezza.
In un impeto di gelosia, Zefiro tirò alla tempia del ragazzo un disco di bronzo. uccidendolo; Apollo. non potendo resuscitarlo, lo trasformò in fiore, dandogli il colore del suo sangue.
Il giacinto è spesso legato all'idea di gioco, divertimento, sport.

La margherita conserva ancora facoltà profetiche: gli innamorati calcolano sul numero dei petali del fiore le probabilità del loro amore.
Il nome inglese "Daisy' deriva dall'espressione: day's eye,, occhio del giorno.
Il suo nome scientifico, "bellis", deriva da una leggenda che racconta come Bellis, figlia del dio Belus, per sfuggire alle attenzioni dei dio della primavera, si trasformò in fiore.Un fiore che apre gli occhi di giorno e lì chiude di notte, appunto.

Il garofano è legato alla dea della caccia, Diana.
Amata da un giovane pastore. La dea prima lo seduce e poi lo abbandona alla disperazione.
Dalle sue lacrime nacquero fiori bellissimi, i garofani dall'aroma speziato e sensuale.
Anche la tradizione cristiana lega alle lacrime di Maria, ai piedi della Croce, la nascita dei garofani rossi.

La ninfea è legata a una leggenda molto poetica.
Di una ninfa bellissima si innamora il re Raggio di Sole; ma la fanciulla, vergognandosi del suo abito modesto di fronte a tanta luce, corre verso il lago in cerca di tesori da offrire, scende tra il fango e risale protendendo le mani colme d'oro.
Tuttavia il peso di quell'oro le impedisce di risalire alla superficie. Morirà sprofondata nel fango del lago e di lei rimarranno soltanto e per sempre quelle due mani bianche colme d'oro.
Di giorno aperte, per offrire a Raggio di Sole i tesori di quel dono e chiuse di notte per proteggerlo.

Il narciso e legato alla leggenda del splendido pastore Narciso, figlio di Cefiso dio dei fiumi.
Eccessivamente preso dalla propria avvenenza, Narciso non si cura dei turbamenti che agitano le ninfe e le giovani fanciulle: soprattutto non si cura di Eco, che lo adora disperatamente.
La dea Nemesi per vendicare Eco, ridotta allo stremo dalla passione non condivisa, conduce Narciso in riva a un fiume le cui acque gli rimandano come uno specchio l'immagine di se stesso.
Vinto dall'ammirazione per la sua bellezza riflessa, Narciso si sporge per toccare quell'immagine dalla quale non riesce a separarsi. Nel tentativo, annega e muore.
Il corpo di Narciso si dissolve e al suo posto nasce un fiore che porta il suo nome. Significa infatti, egoismo, autocompiacimento, incapacità di amare.

C'era una volta


C'ERA UNA VOLTA...

C'è una favola meravigliosa che narra di una povera orfanella che non aveva né famiglia né qualcuno che le volesse bene.
Un giorno, sentendosi particolarmente triste e sola, si mise a camminare per i boschi e vide una bellissima farfalla imprigionata in un rovo.
Più la farfalla si dibatteva per conquistare la libertà e più le spine si conficcavano nel suo fragile corpo.
La giovane orfanella con delicatezza riuscì a liberarla.
Invece di volare via, la farfalla si tramutò in una bellissima fata. La ragazzina si sfregò gli occhi perchè pensava di aver avuto una allucinazione.
"Per ricompensarti della tua straordinaria bontà", disse la fatina buona, "esaudirò qualunque tuo desiderio".
La ragazzina si fermò un attimo a riflettere, poi disse: "Voglio essere felice!".
La fata rispose: "Molto bene". Si chinò su di lei e le sussurrò qualcosa in un orecchio. Poi svanì.
La ragazzina, divenuta ormai grande, appariva felice come nessun altro sulla terra. Tutti le chiedevano il segreto della sua felicità.
Ma lei si limitava a sorridere e rispondeva: "il segreto della mia felicità consiste nell'aver dato ascolto ad una fatina buona quando ero piccola".
Poi divenne vecchia e quando fu in punto di morte i vicini le si fecero attorno, temendo che il segreto della felicità svanisse con lei.
"Per piacere", la pregarono, "rivelaci ciò che ti ha detto la fatina buona".
La cortese vecchietta sorrise ed esclamò:
"Mi disse che tutti, per quanto sicuri di sé, e non importa se giovani o vecchi, ricchi o poveri, hanno bisogno di me".

Il Principe delle rose


Il Principe delle rose


Tantissimi anni fa , alle pendici dei monti Pirenei si estendeva il Paese di Mira Mirò,
veramente era poco più di un piccolo fazzoletto di terra circondanto da grandi alberi perennemente fioriti,si perchè cari bambini dovete sapere che in questo angolo di Paradiso non esisteva l'inverno
e gli abitanti cosi potevano gustare la soave tenerezza dell'aria profumata di rose e di lavanda tutto l'anno.La natura rigogliosa col suo linguaggio ricco di suoni,aromi e colori faceva si che in questo luogo incantanto,la vita trascorresse con semplicità, nel rispetto dei veri valori di amicizia e amore verso il prossimo per cui ogni singolo componente si sentiva qui particolarmente sereno e nessun pensiero triste faceva capolino nelle menti poichè tutto era bello e pieno di magia. Uno scintillante ruscello divideva le abitatzioni dal castello reale ove risiedevano il Re Ezhel e la Regina Mohar con le due figlie Azul ed Elisee ...Ai margini del maniero si poteva ammirare anche un delizioso bosco dove abitavano sotto agli ombrelli dei funghi gnomi e folletti e inoltrandosi ancora piu' avanti tra il fitto fogliame di sempreverdi era situata la grotta del Grande Drago guardiano del tesoro dell'eterna felicità, riposto sotto la quercia che separava l'antro dal palazzo delle fate circondato da siepi ricolme di rose di ogni forma e qualità...

Ogni anno in occasione dell'inizio della primavera si teneva una gran festa per celebrare il sole e la fertilità della valle,tutto il popolo allora si radunava nei giardini della reggia danzando e snocciolando i sacri riti propiziatori affinchè al regno venisse concesso un erede maschio, questo onde assicurare pace e stabilità con i paesi limitrofi,la dolce regina donna pia e costumata col passar del tempo diventava infatti sempre piu' malinconica e ormai disperava d'assicurare la tanto agognata discendenza al marito ma quell'anno alla vigilia dell'avvenimento, avverti quasi un presentimento che forse il suo desiderio si sarebbe avverato , cosi lieta partecipò alla generale euforia impegnando le ore antecedenti la festività con la composizione di ghirlande per la maggior parte costituite da leggiadre corolle di rose ...
Finalmente giunse il giorno tanto atteso, naturalmente erano presenti anche le Fate molto amate dalla popolazione locale per via della loro bontà ...

E mentre la sovrana recitava la preghiera allo Spirito creatore di tutte le cose, predissero a ella che presto avrebbe generato il terzo figlio poi facendo tintinnare i loro campanellini eseguirono l'incantesimo necessario a realizzare l'evento...
Mohar con un sussurro imbarazzato le ringraziò, rinnovando loro l'invito a rincontrarsi in occasione della nascita del figlio ...Poco tempo dopo difatti scopri di essere incinta e con gran gioia annunciò allo sposo la bella notizia.Dopo qualche mese durante una notte ove l'alito del vento sibilando faceva stormire le foglie sui rami e il luccicchio delle stelle era nascosto alla vista d'ognuno a causa della presenza di grossi banchi di nuvole che rendevano l'armosfera del posto inquietante e misteriosa venne al mondo il tanto sospirato figlio maschio a cui fu posto il nome di Jahir ...Bisogna sapere che a quell'epoca una nascita reale rappresetava il plus ultra delle scarse putroppo occasioni mondane,dunque fu accolta nel paese e interpretata come una benedizione divina ...

Si riaprirono per ciò le porte del castello a ogni abitante della valle compresi gli gnomi ,l'elfi e le fate
Ognuno portava con sè un dono pure i poveri non si erano presentati a mani vuote
Le fate e gli spiriti del bosco s'inchinarono per ultimi innanzi alla culla del neonato, la fata dei fiori fece dono della Bellezza, quella delle acque della perpetua giovinezza infine la fata del cielo stava per porgere il suo presente quando la strega del vicino villaggio fece non invitata da alcuno il suo ingresso e minacciosa si rivolse con voce stridula all'infante ...

"Crescerai bello, sano e forte, benvoluto e ammirato da tutti fino alla data del tuo quindicesimo compleanno per nessun motivo potrai cogliere le rose che circondano la caverna del Dragone, se non ubbidirai morirai e niente potrà salvarti ..."

Detto fatto svani avvolta da una nuvola di fumo nerastro...La fata del cielo per attenuare il maleficio fece dono al fanciullo dell'immortalità non poteva annullare del tutto la potenza del sortilegio ma almeno ridurne i malefici effetti...Sgomenta tutta la corte cercava di confortare i sovrani il quale attoniti fissavano ancora il punto in cui la malvafia stega era sparita...
Passarono gli anni e il principe come predetto crebbe bello, saggio e buono, amava molto gli animali e si dedicava con impegno alla coltivazione di piante officinali da cui ricavava unguenti e tisane per curare la sua gente ... Il re aveva dato ordine di recidere tutte le rose coltivate nei viali e nei giardini del Regno, cercando in tal maniera di salvare il figlio dal malefico incantesimo gettato dalla strega. Venne purtroppo il giorno del suo quindicesimo genetliaco e stranamente quella mattina il ragazzo si sentiva triste non c'era un motivo plausibile a questo stato d'animo quando si ritrovò a imboccare il sentiero per il bosco e a un certo punto osservando i vividi riflessi dell'aurora ricamare archi di luce tra i rami degli amberi secolari si senti afferrare da un un spiegabile sensazione di smarrimento, era come se improvisamente avesse perso la cognizione del tempo e dello spazio e ogni cosa stava li inerte,compresa la soffice brezza che solitamente disegnava leggere onde tutti'intorno...

Nel frattempo, giunto alle soglie della caverna rimase estasiato alla vista delle splendide rose dalle intense tonalità e fragranze che rigogliose crescevano nelle vicinanze
"Oh quanta bellezza , esclamò stupefatto ! Chissà forse potrei coglierne qualcuna e portarla con me
di certo la mia augusta madre e le mie dolci sorelle ne sarebbero felici "
e prontamente s'apprestò a metter in atto il suo proposito..
Ma non appena la sua mano venne a contatto con i petali del fiore , egli cadde al suolo e in apparenza morto,però visto che gli era stato concesso il dono dell'immortalità era soltanto sprofondato in un lungo sonno...

Frattanto a corte il Re e la Regina accortisi della scomparsa del figliuolo avevano allertato le guardie per andarlo a cercare ...Dopo molte ore fu ritrovato esanime con la rosa ancora stretta nel palmo
Fu interrogato l'oracolo delle rocce e dei silenti muschi,in modo da trovare un antidoto al sortilegio
e il vecchio saggio attingendo a tutti i suoi poteri cosi profetizzò:"Dovete entrare nella caverna del Grande Dragone e rapire una scaglia della sua corteccia, infine sfregarla sulle dita offese
in tal maniera vostro figlio si desterà non ricordando più nulla di quanto oggi accaduto e sarà immune all'incantensimo a lui rivolto...

Ezhel udito il responso senza esitazione si apprestò a varcare l'ingresso della spelonca , fortunatamente il Dragone dormiva, lesto sfilato lo stiletto che portava infisso nella cintura velocemente tagliò la preziosa scaglia e in gran fretta usci dal buio anfratto...Per fortuna il Grande Drago non si era destato altrimenti si che sarebbero stati guai seri e raggiunto il luogo in cui il principe giaceva addormentato,vigorosamente passò la scaglia sui suoi polpastrelli -aprendo gli occhi il giovine si meravigliò di tutta quella moltitudine radunata li...

Naturalmente non ricordava nulla di quanto successo e abbracciando i genitori si accorse di tenere ben salda dentro al pugno, una meravigliosa rosa corallina con tono solenne rivolgendosi alla Regina,disse:
"Madre ho colto questo fiore a me sconosciuto per fartene omaggio in questo posto ce ne sono tantissimi
desideravo prenderene qualcuno per piantarlo nei giardini reali affinchè tutti possano ammirarne labellezza e avvertirne l'aroma ...

La Regina commossa rispose :
"Prendine pure quante ne desideri Figlio mio e sia premiato il tuo buon cuore poichè hai sempre
un pensiero gentile per tutti e le tue azioni sono rivolte al bene del nostro popolo coltiverai tu stesso queste soavi corolle ...

Da oggi sarai conosciuto come Il Principe delle rose il quale saranno l'emblema del nostro regno ogni Primavera al loro sbocciare, ricorderemo questo giorno lieto e in compagnia dello sposo e dei figli lentamente s'avviò in direzione del maniero spargendo petali di rosa per i dintorni - felice....